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“Il figlio più piccolo” di Pupi Avati: l’Italietta che fa male

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 Dopo l’explois de “Gli amici del Bar Margherita” ecco la nuova uscita “Il figlio più piccolo“, quarantesima pellicola firmata. Casualmente, quaranta anni al servizio del cinema, tempo che ha trasformato Pupi Avati e che lo ha reso un vero e proprio maestro italiano della settima arte.
Lui, un regista che spazia tra i generi,ogni volta sceglie un mondo, un punto di vista, un sentimento:  non lo fa con certezza, spazia, dice la sua, un’ opinione che lascia in sospeso a fine pellicola ma che sorprende il pubblico creando un “gemello” completivo dopo qualche anno. Così come per “Ma quando arrivano le ragazze” crea un proseguimento alla coralità con “Gli amici del bar Margherita”.

Ora sembra quasi che il passato sia lasciato alle spalle ma durante la visione eccolo di nuovo lo stile Avati: L’ Italietta del 2010 viene fuori con un ritratto a tratti vergnoso e inquietante. Dopo il “papà di Giovanna” in cui la “pazzia” in famiglia era vissuta come “malattia” ora un film dove la realtà pungente crea scalpore. La storia che si presta ad essere sulla bocca di tutti per la voracità con cui divora tutte le cose peggiori della quotidiano, tende ad essere capito a tratti, screditato a volte, sopravvalutato altre.

Nella trama Luciano Baietti, un immobiliarista romano, ha deciso di sposare Fiamma che gli ha già dato due figli – Paolo e Baldo – e gli intesterà due appartamenti. Luciano, però, proprio nel giorno delle nozze abbandona compagna e figli e sparisce insieme al suo socio, Sergio Bollino. Anni dopo, Luciano inizia ad avere delle difficoltà economiche e deve trovare un prestanome su cui scaricare la responsabilità delle situazioni più gravi. La scelta cadrà su Baldo, il figlio più piccolo.
Il critico Fabio Ferzetti dichiara “Malgrado l’accumulo di comprimari, brutture e sgradevolezze d’ogni tipo, i personaggi restano però psicologicamente poco credibili e l’insieme prevedibile, nel suo squallore, per trovare un equilibrio fra satira e denuncia, orrido e grottesco. Anche perché ambienti e figure simili sono ormai tristemente familiari e solo uno sguardo, uno stile inedito potrebbe rendere vivace e interessante quanto appartiene alla livida cronaca quotidiana. Inevitabile, non solo perché c’è Christian De Sica, pensare ai vari Natale a…, rovesciati in chiave seria.” In effetti la figura di De Sica non ha conquistato il pubblico come Silvio Orlando fece per la precedente opera Avatiana varcando i ruoli comici con destrezza e facendo il grande salto. La pensa così probabilmente anche Mariarosa Mancuso (giornalista de Il foglio): “Christian De Sica va bene per truffare le signore svampite e i ragazzini, non per costruire un impero sia pure fasullo”.
Tornabuoni Lietta, de La Stampa, rimane fuori dallo schieramento del pro o contro Avati: “L’indignazione non è il sentimento prevalente in Pupi Avati, che più spesso pare cinico oppure remissivo di fronte alla malvagità umana: ma il film riuscito è certo una testimonianza del tempo, del Paese in cui viviamo”. Grande effetto per chi come Maurizio Porro (Corriere della Sera) conferma Pupi Avati come il Balzac del cinema: “impietoso osservatore di persone e cose, oggetti e affetti come una maxi radiografia. Rivoluzioni e restaurazioni: i due ingressi nelle case, l’extra lusso per il povero ragazzo e la piccolo-borghese per l’ex squalo, sono cinema al quadrato” E’ lui stesso che rimane sbigottito da tanta tenacia: una “commedia drammatica di quelle vere dove i due elementi si contrappongono senza soste, da Roma a Bologna, nel lusso volgare da tv, con riferimenti certo non casuali ai furbetti dell’Italia formato spazzatura. Tanto che a volte si ha la tentazione di distogliere lo sguardo o staccare l’audio per vergogna: ma è compito del cinema mostrarci lo schifo e non ritirare la mano, specie se, come per Avati, è colma di misura, sensibilità, pudore (…) ”
Sicuramente Avati nonostante abbia abbandonato la dimensione del passato per mostrare la realtà dei giorni nostri, rende omaggio di traverso alle commedie all’italiana anni Sessanta e Settanta: quelle dalla risata amara in cui seppur il denaro scatenava le azioni più meschine tra parenti serpenti, erano in un epoca che valeva la pena di vivere.

Ilaria Salzano