Il Ministro Alfano e la corruzione: ci devono pensare i partiti

Il Ministro della giustizia Angelino Alfano dopo aver dichiarato l’avanzamento dei lavori  per quanto riguarda il ddl in materia di intercettazioni telefoniche, interviene, dal Cairo, anche sulla questione della corruzione tra i politici e sulla proposta di Silvio Berlusconi di estromettere per legge dalle candidature in qualsiasi tipo di elezioni, i soggetti colpiti da  un qualche tipo di condanna. In questo senso Alfano dissente dal Presidente del Consiglio, in quanto ritiene che una siffatta legge non possa essere più di tanto efficace ed anzi addirittura controproducente, lasciando in mano ai magistrati un delicato compito di selezione dei rappresentanti politici, solitamente dovuto ai dirigenti dei partiti politici. Ciò che il Ministro della giustizia ha dichiarato non è sbagliato di per sè stesso, ma sembra non tenere conto del fatto che un eventuale intervento della magistratura è possibile solo in presenza di reato acclarato o di una sua ipotesi.

“Vi assicuro – aveva detto il Premier a Riccione – che non c’è alle porte nessuna Tangentopoli e non ci sarà nelle nostre liste nessun personaggio compromesso in modo certo” e ancora “Non credo ci sia dubbio sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non può pretendere di restare in nessun movimento politico”.  A seguito di queste frasi il Consiglio dei Mnistri si era mosso per inasprire le pene per i reati verso la pubblica amministrazione, come la corruzione e la concussione. Il provvedimento è poi stato rinviato.  Le dichiarazioni di Alfano a questo punto stridono leggermente. Pur d’accordo col Cavaliere sul fatto che non sia in atto una nuova Tangentopoli, è necessario notare che l’intervento di un magistrato su un uomo politico non è possibile avvenga durante la scelta dei candidati alle elezioni, ma può avvenire solamente prima, oppure dopo.

Nel primo caso avviene che durante le indagini vengono portati alla luce reati commessi  da esponenti politici che , seguendo le parole di Berlusconi verrebbero estromessi da ogni candidatura automaticamente. Altrimenti, se le “marchette” vengono scoperte dopo la loro elezione ad una qualsiasi carica pubblica, intervenendo la giustizia dovrebbe ( il condizionale come al  solito è d’obbligo) avvenire l’abbandono della suddetta carica, come ad esempio è avvenuto per il consigliere Milko Pennisi recentemente, “beccato” con una mazzetta in mano.

Il lasciare la scelta in mano ai partiti potrebbe provocare diversi problemi. Innanzitutto i leader di  partito non ha gli strumenti d’indagine che invece possiede un magistrato ( salvo formare una commissione d’inchiesta)  e  quest’ultimo “va moltiplicato per n” , nel senso che se i dirigenti di partito sono in numero limitato, molti di più sono i rappresentanti della legge che possono avviare indagini sugli esponenti politici , tutto ciò rapportato anche al numero di questi ultimi sul territorio nazionale.

Un altro problema potrebbe derivare poi dalle odiose collusioni; un politico corrotto che conosce un altro politico corrotto, magari in posizione migliore,  otterrebbe sicuramente pesanti vantaggi a livello di campagna elettorale e di “sponsorizzazione”.

Sostanzialmente la proposta, ammesso che la si voglia veramente attuare, cosa sulla quale l’opposizione tutta dubita fortemente, di Silvio Berlusconi non sembra essere sbagliata. L’estromissione per legge di soggetti colpiti da condanne penali smaltirebbe, forse anche di molto, il lavoro dei partiti, che potrebbe avvenire comunque in un secondo tempo. L’intervento del Ministro Alfano, che comunque ha fatto sapere che il ddl sulla corruzione tornerà presto al vaglio del Consiglio dei Ministri “arricchito delle proposte dei ministri Calderoli e Brunetta”, risulta forse un po’ troppo politico.

A.S.