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Bari e Università, stop a parentopoli: no alla figlia del professore

L’Università di Bari è diventata nota come l’Ateneo delle Parentopoli, un sistema per cui se sei figlio di aumentano (o si palesano) le tue possibilità di accesso alla carriera universitaria.
Quanto successo ieri è una vera ribellione a questo ingiusto sistema.

Per la prima volta la facoltà di Medicina ha deciso, votando a maggioranza, di non assumere come professore associato Maria Luisa Fiorella. La dottoressa, figlia di Raffaele Fiorella, direttore della clinica dove Maria Luisa lavora, aveva vinto un concorso bandito nel 2005.

Artefice di questa storica decisione il professor Giovanni Lapadula, ordinario di Reumatologia. «La misura era colma: bisognava dimostrare che le cose sono cambiate, che la schiena ora è dritta. Per il rispetto al nostro lavoro e a quello dei nostri studenti e pazienti, non potevamo più permetterci un nuovo scandalo». Durante il consiglio, quando un altro scandalo si stava consumando, ha preso la parola dichiarando il suo forte dissenso. Nessuno ha replicato ma l’esito del voto ha parlato da sé: quorum non raggiunto, assunzione non definita.

Prosegue il professor Lapadula: «A me dispiace per la collega, com’è chiaro non c’è niente di personale, ma la situazione era insostenibile. Non ne posso più di vedere il nostro nome di bravi professionisti macchiato».

Un forte segnale quello che giunge dall’ateneo pugliese. Il Rettore Corrado Petrocelli aveva approvato un codice etico che prevede l’incompatibilità tra parenti sino al secondo grado nella stessa università. Legge bypassata però con artifici quali per esempio il trasferimento in una sede distaccata.

Anche il preside Antonio Quaranta, otorino con un figlio che lavora al suo fianco, ha commentato quanto accaduto: «È la prima volta che accade una cosa del genere. In questa storia io ci tengo a rimanere terzo, non voglio sembrare di parte. Ma ci tengo altrettanto a dire che bisogna aspettare per dire che non c’è stata la chiamata: io non le conosco, ma non vorrei che sentenze del Consiglio di Stato cambiassero le carte in tavola».

Valeria Panzeri