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Calcio, Roberto Baggio: “Voglio allenare”

Roberto Baggio è sicuramente uno dei giocatori più amati dagli italiani. Un grande campione, un fantasista, uno che con le sue invenzioni valeva da solo il prezzo del biglietto. Un fenomeno che nasce ogni 50 anni che ha diviso l’Italia ma anche diversi allenatori, con cui lui non andava troppo d’accordo. Come tutti i geni non amava le regole, ma le sregolatezze. Sia in campo che fuori. E’ stato un campione completo, l’ultimo calciatore italiano a vincere il prestigiosissimo Pallone d’Oro nel lontano 1993. I tifosi di Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia hanno avuto la fortuna di vederlo giocare con i rispettivi colori sociali, ma il “divin codino” è stato, senza dubbio, un patrimonio nazionale, maglia con la quale ha avuto alterne fortune (soltanto 56 presenze e 27 reti). Dopo il ritiro, nel 2004, è sparito dalla circolazione. Stufo dei riflettori sotto i quali è stato costretto a stare per tutta la sua carriera, vista l’immensa classe e l’incredibile impatto mediatico. Ora, dopo diversi anni di silenzio nella sua azienda agricola in Argentina (tra caccia e relax), torna a parlare a Milano, alla conferenza stampa per la presentazione di “Io che sarò Roberto Baggio” una collana inedita di dvd(dieci: dal primo marzo in edicola) nata dalla collaborazione fra la Gazzetta dello Sport e Rai Trade. Ed ha un sogno: “Dal divano di casa è facile guidare una squadra, ma potrei prendere in considerazione l’ipotesi di allenare in futuro. È una sfida: e a me le sfide piacciono”. Nessun rimpianto per il suo addio al calcio giocato, ma la passione per il pallone resta intatta anche a 43 anni. A quel punto si sono scatenate le domande dei giornalisti: porterebbe Cassano ai Mondiali? “È un grandissimo talento e può cambiare le sorti di una partita in qualsiasi momento con una giocata. Gli allenatori hanno le loro esigenze, ma Cassano ha tutte le possibilità per dimostrare il suo valore. Se le porte della Nazionale sono aperte per tutti, lo saranno anche per lui”. Parlando di Nazionale, il “divin codino” quasi si intristisce pensando alla sua ultima avventura con la maglia azzurra. Il rimpianto è ancora vivissimo: “Rigiocherei la finale di Usa ’94. La preparazione per arrivare fino a quel punto dura quattro anni e giocarsi un mondiale in cinque minuti di rigori è un pò un delitto. Meglio perderlo giocando che dagli undici metri”. L’ex Pallone d’Oro analizza anche la partita giocata ieri sera al Meazza dalla sua ex squadra, ma evita qualsiasi commento sull’allenatore Mourinho. “Non era una partita facile quella dell’Inter contro il Chelsea. I nerazzurri hanno giocato bene: è chiaro che ci vuole un risultato importante al ritorno”. Non si sbilancia sul campionato, nè esprime una preferenza sulla squadra del cuore: “Tifo per tutte le squadre in cui ho giocato”. Dunque tra quattro giorni ognuno di noi potrà di nuovo vedere una serie infinita di magie e gol indimenticabili, a partire dall’esordio col Vicenza, fino all’amata Fiorentina e al difficile passaggio nella Juventus con cui ha vinto i suoi primi trofei internazionali. Poi lo scudetto con il Milan al trionfo in classifica cannonieri con il Bologna, dalle sfide affrontate con la maglia dell’Inter all’addio con la maglia del Brescia, passando attraverso tre mondiali e 205 gol in serie A. Una carriera in cui gli infortuni al ginocchio non lo hanno risparmiato: “Sono momenti difficilissimi – ha sottolineato – e c’è solo un’arma per combatterli e uscirne vincitore: il coraggio. Gli infortuni mi hanno fatto maturare come persona, mi hanno insegnato ad affrontare la vita fuori e dentro dal campo”. Il talento, da solo, non basta. Il campione di Caldogno ne è convinto: “Sono fondamentali altre doti, come l’umiltà e la passione. Il talento non è sufficiente, servono altri elementi per farlo emergere. Io non mi sono mai sentito superiore ai compagni”. A chi gli chiede di indicare il suo erede, l’ex numero dieci (o nove e mezzo, come l’aveva soprannominato l’avvocato Gianni Agnelli) preferisce restare sul vago: “Ci sono tanti grandi talenti, Messi è uno dei più grandi in assoluto. A chi consegnerei il Pallone d’Oro tra i miei ex colleghi? Baresi e Maldini sono i primi nomi che mi vengono in mente”. Per quanto riguarda i suoi allenatori preferiti, Baggio si sbilancia: “Stimo Guardiola, Prandelli e Leonardo, mi sarebbe piaciuta un’esperienza con loro”. Allenatori con cui il rapporto non è stato sempre idilliaco. La presenza di Arrigo Sacchi in sala, però, dimostra che ogni divergenza si può appianare: “Le incomprensioni possono capitare in un a lunga carriera, ma sono momenti che si superano”. Nonosstante abbia appeso le scarpe al chiodo alla “veneranda età” di 37 anni, continua a seguire il calcio, il suo unico vero amore. “Mi appassiona il campionato argentino e i giovani. Mi piacerebbe essere utile ai ragazzi, il calcio è uno sport ma anche una professione che va condita con la passione”. Nessuna voglia, però, di tornare a correre in campo: “Ho dato tutto fino all’ultimo giorno. Non ho nessun rimpianto. L’idea di smettere mi è venuta anche anni prima, perchè i dolori alle ginocchia non mi abbandonavano mai. Tante volte a fine stagione pensavo di non ricominciare, poi invece ho tenuto duro, ho stretto i denti e ho continuato”. Ora si gode la famiglia e prima di vederlo nella sua nuova veste di allenatore bacchetta i tifosi: “Non approvo il razzismo nel calcio, i fischi ai giocatori. È assurdo che ci sia questa stupidità” Anche questo, però, purtroppo, è il calcio.

Andrea Bonino