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Aung San Suu Kyi: il no della Corte Suprema birmana

Febbraio non è un mese fortunato per Aung San Suu Kyi.

In occasione della visita dell’inviato Onu Tomas Ojea Quintana, il 19 febbraio la giunta militare birmana gli aveva negato il permesso di incontrare il premio Nobel per la pace. La missione di Quintana si era conclusa con scarsi risultati, dato che era saltato anche il colloquio con il generale Than Shwe, uomo forte del regime in Myanmar.

Oggi la Corte Suprema ha respinto l’appello della “Signora”, come è soprannominata rispettosamente dai suoi sostenitori, che chiedeva la fine degli arresti domiciliari.

Il suo legale, Nyan Win, però non si arrende e dichiara che presto presenterà l’appello al Ministro della giustizia. È prevedibile, tuttavia, che la richiesta non avrà effetti positivi. Non bisogna dimenticare che a ottobre dovrebbero tenersi le elezioni.

Lo scorso maggio John William Yethaw, dopo aver varcato la frontiera clandestinamente, aveva raggiunto Suu Kyi. La sua iniziativa non è stata solo imprudente ma anche controproducente.

Se fossero confermati i 18 mesi di arresti domiciliari, comminati in agosto dopo un processo dall’esito “prevedibile” in cui Suu Kyi era stata accusata di aver ospitato l’americano in casa sua, la leader democratica sarebbe libera soltanto a novembre e non potrebbe partecipare alla campagna elettorale.

C’è da aggiungere che la mancanza di una data certa per la consultazione elettorale, non ancora fissata dal regime militare birmano, fa temere che le elezioni non ci saranno e che l’annuncio sia un “contentino” per la diplomazia e l’opinione pubblica straniera.

E, come commenta il portavoce della Lega nazionale per la democrazia, Khin Maung Swe, anche se si terranno, sarà difficile credere che la contesa politica sarà pienamente libera.

Con la principale oppositrice “fuori gioco”, la “partita” non sarà ad armi pari perché il carisma e la coerenza di Aung San Suu Kyi sono da anni determinanti per alimentare la reazione popolare ai militari al potere dopo il colpo di stato del 1990.

L. Denaro