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Berlusconi, la ‘ndrangheta e l’estrema destra

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Ieri sera ad Annozero, prima di entrare nel vivo della puntata dedicata al “caso Morgan” che ha sollevato non poche polemiche, Michele Santoro ha fatto andare in onda la ricostruzione audio delle intercettazioni, pubblicate su “Il Corriere della Sera”, che coinvolgono l’imprenditore romano Gennaro Mokbel e il senatore Di Girolamo.
Ascoltare la trascrizione di questa telefonata è particolarmente inquietante perché non ci pone davanti al “solito” caso di corruzione, bensì ad una terrificante realtà per cui un senatore della Repubblica appare come il “picciotto” di Mokbel che conta, come ribadisce l’imprenditore, quanto “un portiere”.

Si ha l’impressione, in queste ultime settimane, di essere di fronte ad una situazione in continua evoluzione, per cui ogni giorno fa la sua comparsa una nuova tessera di un ingarbugliatissimo mosaico che lega i “poteri forti” del Paese, politici ed economici, con interessi che mal si accostano ad una corretta gestione della “cosa pubblica”.

E’ ancora troppo presto per azzardare qualsiasi conclusione, cosa che solo la magistratura potrà e dovrà fare liberamente; si può, però, tentare perlomeno di mettere insieme le tessere del puzzle che, ad oggi, abbiamo in mano.

Il premier Silvio Berlusconi, nonostante l’esito positivo della vicenda Mills che ha accertato la corruzione dell’avvocato ma anche la prescrizione del reato, è visibilmente preoccupato per l’evolversi della situazione; il lancio dei “promotori della libertà”, esercito personale di Berlusconi, testimonia la crisi vissuta dal premier che si sente accerchiato dagli alleati e dalle inchieste della magistratura (appalti della Protezione Civile, Telecom e Fastweb, caso Pennisi…) che, più o meno pesantemente, colpiscono esponenti del Popolo delle Libertà e del Governo.

Gennaro Mokbel, l’imprenditore al centro delle indagini sull’elezione di Di Girolamo e l’associazione a delinquere che ruotava intorno a Fastweb, era al centro di una vasto sistema legato alla criminalità organizzata che aveva il compito di riciclare ingenti capitali illegali. Oltre che alla ‘ndrangheta, infatti, l’imprenditore era legato anche alla malavita romana.
”Le indagini – recita l’ordinanza dei Ros – hanno evidenziato la straordinaria capacità dell’organizzazione di proporsi anche nei circuiti legali e istituzionali, ottenendo ascolto e considerazione. […] Mokbel (era in contatto) con Carmine Fasciani, noto esponente della criminalità organizzata romana, dal quale ha ricevuto l’assicurazione di poter svolgere in modo indisturbato la campagna politica nella zona di Ostia”.

L’opera di riciclaggio dell’organizzazione avveniva attraverso l’acquisto di locali e gioiellerie nei quartieri della “Roma bene”, in particolare ai Parioli. I piani alti della “Milano che conta”, intanto, in pieno stile anni ’80 trovavano in Mirko Pennisi l’interlocutore necessario a poter comprare concessioni edilizie in cambio di versamenti di denaro. Nelle stesse settimane l’imprenditore romano Diego Anemone festeggiava i “500 punti” guadagni nei confronti di Guido Bertolaso per il servizio offerto al capo della Protezione Civile da un’abile massaggiatrice che, stando alle intercettazioni, avrebbe potuto lasciare in giro anche dei preservativi.

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, intanto, è intervenuto ieri per difendere “l’ottima dimostrazione di serietà” di Stefano Andrini, amministratore delegato di Ama Servizi dimessosi per l’avviso di garanzia ricevuto, già condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per aver aggredito e ridotto in fin di vita due ragazzi nel 1989, quando era un noto esponente dell’estrema destra.
Andrini, secondo gli inquirenti, avrebbe svolto un importante ruolo nell’elezione di Di Girolamo, pianificata insieme a Mokbel, conosciuto alle forze dell’ordine fin dal 1992, quando diede ospitalità a Antonio D’Inzillo, esponente dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) e killer della banda della Magliana.

In una telefonata con Carmine Fasciani, boss di Ostia, Mokbel parla anche di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati per la strage di Bologna del 1980; “li ho tirati fuori tutti io – dice -…tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so costati?…. un milione e due… un milione e due…”.

Il 22 febbraio di 20 anni fa, in via Monte Bianco 114 a Roma, tre giovani che ancora oggi nessuno ha identificato, uccisero con un colpo di pistola Valerio Verbano, diciannovenne studente romano colpevole di aver compiuto una personale indagini sui rapporti dell’estrema destra con le istituzioni e la criminalità organizzata. Buona parte del materiale raccolto da Valerio sparì nel corso delle indagini delle forze dell’ordine. Oggi, dopo vent’anni, la madre di Valerio chiede, ancora, di conoscere la verità.
Una verità forse più attuale di quanto si sarebbe portati a pensare che, però, tutto il Paese avrebbe la necessità di conoscere.

M.N.