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Calcio, Cairo:”Vendo il Toro”

Dopo tante delusioni, 2 retrocessioni e un rapporto deficitario con gran parte della tifoseria, Urbano Cairo ha deciso di fare il grande passo, ossia cedere il Torino.

Intervistato alla “Stampa” ha rilevato le sue intenzioni.
«Non voglio rimanere in paradiso a dispetto dei santi. Lo dico a malincuore, a grande grande malincuore: ho deciso di mettere in vendita il Toro».

Perché, presidente Cairo?
«Una parte minoritaria ma rumorosa della tifoseria non mi vuole più e può creare problemi ambientali alla squadra. Basta, lascio».

Si è già fatto avanti qualcuno?
«Giuro di no, su quanto ho di più caro. D’altronde, prima di questa intervista il Toro non era ancora in vendita. Sono rimasto zitto due mesi, ho lasciato che parlasse il campo. Ma dopo la sconfitta con la Salernitana sono ripartite le critiche, le campagne di stampa. E allora adesso torno a parlare io. Per dire che vendo».

Ma a chi?
«Chi vuole comprare deve avere qualcosa più di me in tutti i campi: più ricco, più capace, più organizzato e più tifoso, anche se esserlo troppo può diventare un problema… Meglio se piemontese, e se è torinese meglio ancora, visto che mi è stato rinfacciato di aver tolto torinesità al Toro».

Quindi Gaucci è da escludere?
«Mai parlato con lui, né lui con me o con i miei collaboratori. Io il Torino non lo vendo a chiunque. Soprattutto non a quelli che si candidano attraverso i giornali. Chi cerca solo pubblicità non lo ricevo neppure».

Qualcuno commenterà: senti chi parla…
«Io ero già un editore affermato prima di entrare nel calcio. Certo, il Toro mi ha fatto conoscere di più, ma non è mica bello essere conosciuti perché si retrocede».

Le rinfacciano di aver preso il Toro a zero euro. Lo venderà alla stessa cifra?
«Al netto dei ricavi, fra aumenti di capitale e ripianamenti successivi, ho messo nel sistema Toro circa 30 milioni di euro di tasca mia. 30 milioni veri. C’è gente che non li vede in tutta la vita».

Il 99,99 per cento degli umani, tenendosi bassi.
«Sa quanti appartamenti mi potevo comprare con 30 milioni? Almeno cento. Potevo farmi la barca, l’aereo personale. Invece li ho usati per il Toro, e ci ho messo anche un mare di tempo, sottraendolo ai figli. Mi sono fatto il mazzo. Ma sono felice di essermelo fatto».

Lascia dei debiti?
«Neanche un euro di debito con le banche. Neanche uno. Solo crediti e debiti legati all’acquisto o alla cessione dei giocatori. Ma il cartellino di Dzemaili, da solo, copre ampiamente lo sbilancio».

Uno dei pochi cartellini in suo possesso…
«Altra bugia. Il Torino ha molti giocatori di proprietà, Bianchi, Dzemaili, Ogbonna, Rubin, Abbruscato, giovani come Malonga, Suciu, Comi, Benedetti che tutti ci invidiano. Invece sembra che abbiamo solo prestiti. Anche la Juve ha preso Candreva in prestito, ma nessuno si scandalizza».

L’hanno accusata di non avere mai avuto un progetto.
«Ce l’avevo eccome. Naturalmente non è che avevo capito subito tutto. Ci ho messo 5 anni prima di fare un giornale di successo. E la famiglia Pozzo è stata 5 anni in B prima di trovare la formula giusta per l’Udinese. Tu arrivi nel calcio, non conosci, vuoi bruciare le tappe. Pensi possa essere giusto prendere giocatori già affermati. Lo capisci dopo che hai sbagliato. Adesso c’è Petrachi, che stimo molto, non perché ha speso poco, ma perché va in giro a scovare talenti. Però ci ho messo del tempo per trovare uno come lui. Non dimentichi che, quando sono arrivato io, al Toro non esisteva più nulla. Per dire: quando comprai la Giorgio Mondadori, l’azienda era sì in condizioni economiche disastrose, ma aveva molte professionalità».

Anche il Toro del fallimento ne aveva. Una su tutte.
«Lo so, Zaccarelli. Ma subito mi disse di no, e dopo mi orientai su Salvatori e poi su Sartori, che firmò due contratti ed è stato anche squalificato per questo».

Avrebbe potuto nominare Zaccarelli vicepresidente, facendone il suo ambasciatore a Torino.
«Mettere insieme troppi che si intendono di calcio diventa un problema. Certo, mi sarebbe servito un referente torinese, ma con competenze più gestionali che sportive».

Altra critica: ha investito poco sui giovani.
«Sette milioni e mezzo! Società come il Palermo investono di meno. Una volta, poi, il Toro non aveva la concorrenza della Juve nel settore giovanile».

E’ vero che si è fatto soffiare dall’Inter il campioncino Stepanovic per 40mila euro?
«Falso. In questi anni ho speso 40 milioni per i giocatori, vuole che non potessi spenderne 40 mila euro? Quando Petrachi mi ha parlato di D’Ambrosio, ho subito detto: prendiamolo. E costava ben più di Stepanovic».

Il Filadelfia? L’Olimpico?
«Avevo altre priorità: la gestione sportiva. Non puoi tenere aperti tutti i fronti. Uno torna in serie A, fa qualche anno come Dio comanda e poi da cosa nasce cosa».

La sua priorità era la squadra, ma a gennaio non ha speso granché. Per tornare in A sarebbe servito almeno un Eder.
«Ho lasciato fare a Petrachi. Abbiamo parlato di Eder, ma lui mi ha detto: andiamo avanti con quelli che abbiamo scelto».

Insomma, si assolve.
«Persino il mio amico Moratti ha penato a lungo, prima di cominciare a vincere. Nel 2004 si dimise addirittura da presidente».

Ma rimase proprietario. È tentato da questa ipotesi?
«Non penso a soluzioni intermedie».

Una volta minacciò di portare i libri contabili dal sindaco.
«Non lo farò. Ho delle responsabilità verso i tifosi».

La sua non è una finta per farsi riconfermare la fiducia?
«La mia decisione è irrevocabile, perché la situazione è invivibile. Ma finché resterò presidente, farò di tutto per motivare i giocatori. Assicurerò gli stipendi. E sulla promozione in A non è ancora detta l’ultima parola».

Un presidente dimissionario non è il massimo, come motivazione.
«Tranquilli, non ci sarà nessun allentamento di tensione. Prima di rilasciare questa intervista ho informato Petrachi e Colantuono. Si sono molto rammaricati, ma mi hanno garantito che la squadra si impegnerà ancora di più».

Come intende congedarsi dai tifosi del Toro che tanto hanno creduto in lei?
«Sono straordinari, ma devono imparare a modulare le loro aspettative. Non siamo più negli anni 70. Oggi, oltre alla Juve e alle milanesi, ci sono le romane, la Fiorentina, il Napoli, il Palermo, le genovesi. Abbiamo introiti da decimo posto».

Lei getta la spugna con un Toro al decimo posto, ma della B. Non è umiliante?
«Il mio orgoglio personale va messo da parte. Il Toro non è un mio giocattolo, riguarda un milione di persone».

Quali ricordi si porterà dietro?
«Non dimenticherò mai la partita d’esordio contro l’AlbinoLeffe, il giro di campo coi miei bambini. E poi lo spareggio contro il Mantova e un po’ anche le due salvezze… Mi dispiace per il 70% dei tifosi che, secondo il sondaggio da me commissionato, mi vuole ancora bene. Ma io desidero che anche l’altro 30% sia felice».

Pasquale Della Valle<!– –>