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Obama: “la riforma della sanità non può aspettare”

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, vuole accelerare i tempi per la riforma sanitaria; l’opposizione repubblicana e la maggioranza democratica hanno sei settimane per arrivare all’approvazione della riforma. La Casa Bianca ha dichiarato che Obama annuncerà la prossima settimana la decisione di “andare avanti” sulla sanità, poiché si sta esaurendo la sua pazienza verso i repubblicani, che hanno chiesto di ricominciare a discutere da capo sulla questione. Il no secco dei repubblicani dev’essere letto anche come una mossa per prendere tempo e per arrivare alle elezioni politiche di fine Novembre sperando di vincerle.

Visto il clima, sarà molto difficile arrivare ad una soluzione bipartisan, ma Obama vuole accelerare dopo mesi e mesi persi a cercare di limare il testo della riforma, anche per mettere d’accordo le varie correnti interne al suo partito. Secondo il Presidente la riforma sanitaria è “necessaria e irriducibile” e non può essere protratta all’infinito dalle lunghe discussioni al Congresso.

L’ex candidato alla presidenza McCain ha alzato i toni dichiarando che la riforma proposta è appesantita da spese inutili e “accordi sottobanco”; Obama ha risposto seccamente: “John, la campagna elettorale è finita”.

La riforma sanitaria è uno degli esami più difficili che attende Obama. Nel 1993 la “lobby” di assicurazioni e industriali del settore lanciò una campagna di spot televisivi attraverso la quale due personaggi fittizi, Harry e Louise, riuscirono a convincere gli americani che la riforma costava troppo. Obama, che ha dichiarato che “quella coppia televisiva che divenne l’icona di coloro che si opponevano alla riforma negli anni Novanta oggi ha disperatamente bisogno della riforma”, si è dato la scadenza del 26 marzo per l’approvazione della riforma sanitaria, affermando che questa ”non deve essere una battaglia ideologica”. Sarà l’esito di tutta questo storia a darci la possibilità di valutare seriamente, per la prima volta, l’operato di Barack Obama.

Stefano Bernardi