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Schiele l’immorale: i disegni di un artista spregiudigato

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“Finalmente!  –  Finalmente!  –  Finalmente!  –  finalmente un sollievo alla pena! Finalmente carta, matite, pennelli, colori per scrivere, per disegnare. Posso dipingere e così sopportare ciò che altrimenti sarebbe stato insopportabile. Mi sono sottomesso e umiliato per averli, ho chiesto, pregato, mendicato, avrei anche piagnucolato se non ci fosse stato altro modo. Oh, Arte!  –  Cosa non sopporterei per te!”
 con queste parole Egon Schiele inizia il suo diario dal carcere di Neulengbach  il 16 aprile del 1912: entrato tre giorni prima e dove è rimasto ventiquattro giorni.
Il Diario dal carcere di Schiele, prezioso nel lasciar scoprire l’aura romantica del suo essere artista, viene pubblicato oggi da Skira in occasione della mostra “Schiele e il suo tempo”, ospitata a Palazzo Reale dal 24 febbraio al 6 giugno sotto la cura di Rudolf Leopold, direttore artistico del Leopold Museum di Vienna. Una sorta di appendice straordinaria che arricchisce il percorso di conoscenza ravvicinata del grande e controverso artista austriaco (1890-1918) traghettatore impietoso e suggestivo dell’estetica secessionista nell’eresia figurativa espressionista, morto giovanissimo a ventotto anni sfinito dalla febbre spagnola, tre giorni dopo lo moglie Edith al sesto mese di gravidanza.
Su di lui pesavano le accuse di diffusione di disegni “immorali”, per quell’erotismo sfacciato e struggente, animalesco e tragico, così come le accuse che poi vennero ritirate, di rapimento e stupro di una minorenne. Opere, quelle di Schiele, che disgregano crudelmente il linguaggio morbido, ambiguo, esoterico e sensuale della secessione, per caricarlo di angoscia esistenziale. Opere il cui punto di svolta cruciale è il 1905, segnato dalla morte del padre, che già da qualche anno soffriva di stati allucinatori dovuti, forse, alla sifilide. La sua sensibilità nevrotica ne rimarrà inevitabilmente marchiata a fondo. Proprio da questa esperienza nasceranno i temi dominanti della sua opera, l’associazione tra sesso, colpa, espiazione, e l’ossessione della morte e del declino.

“Come Freud  –  commentano i curatori – anche Schiele si addentra nell’animo umano. Prima di lui, nessun altro artista era stato così spregiudicato nel ritrarre le pulsioni più intime delle proprie modelle”.
Ilaria Salzano