Appello a Berlusconi dell’italiano rapito da al-Qaeda.

Nella foto che accompagna il messaggio audio diffuso dai suoi rapitori, Sergio Cicala, di 65 anni, appare inginocchiato, con la barba lunga e la faccia bruciata dal sole, davanti a sei guerriglieri armati.

L’uomo è stato rapito il 18 dicembre dal gruppo terrorista Al-Qaeda per il Maghreb Islamico (Aqmi), la stessa organizzazione che rapì il francese Pierre Camatte e che lo scorso 11 gennaio minacciò di ucciderlo entro venti giorni, se le condizioni non fossero state rispettate.

Il botanico francese rapito lo scorso novembre è stato liberato pochi giorni fa e ha raccontato ai giornalisti che le condizioni della prigionia erano terribili. “Sono dei veri fanatici”. Ha commentato il 61enne. “La prigionia è stata molto dura, per il caldo del Sahara, le condizioni di igiene spaventose, per il cibo e l’acqua disgustosi.”

Il gruppo terrorista magrebino ha in mano altri ostaggi occidentali, tra cui tre spagnoli per la cui liberazione il governo di Zapatero è in trattativa con la cooperazione del governo del Mali.

I rapimenti di occidentali sono la principale fonte di sostentamento economico per l’Aqmi e ogni persona rapita è sfruttata per ottenere ingenti somme di denaro, con le quali finanziare la propria attività terroristica, o per liberare combattenti catturati dalle forze dell’ordine.

Ecco il testo integrale dell’audio messaggio di Cicala.

“La mia libertà e quella di mia moglie – dice Cicala – dipendono dalle concessioni che il governo italiano è disposto a fare”. Poi la richiesta personale per Berlusconi. “Il premier è noto per la sua grande generosità. Spero che ci potrà aiutare”. La Farnesina non ha commentato l’appello e mantiene il silenzio stampa sulla questione. Il braccio maghrebino di Al Qaeda (nato in Algeria e negli ultimi mesi molto attivo tra Algeria, Mali, Niger e Mauritania) ha rivendicato il rapimento dei coniugi Cicala a fine dicembre. Il 6 febbraio ha dettato, in una nota, ultimatum e condizioni per la loro iberazione: il rilascio di miliziani, incarcerati in Mali e Mauritania, entro il 1° marzo.


Sebastiano Destri