Di Girolamo si dimette e…scrive

Quattro lettere per comunicare la ferma intenzione di rassegnare le dimissioni. Le ha vergate oggi il senatore Nicola Di Girolamo che ha deciso di consegnarsi agli accertamenti della magistratura dopo le pesanti accuse che allungano ombre imbarazzanti sul suo percorso politico. E sulle sue presunte frequentazioni con boss mafiosi che a lui si rivolgevano chiamandolo “schiavo” o definendolo “portinaio”.

La prima missiva Di Girolamo la scrive al presidente del Senato, Renato Schifani: quaranta righe in tutto per raccontare il peso insostenibile dell’ignominia che lo ha investito e la pretesa della verità.

“Dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale – scrive Di Girolamo al presidente Schifani – credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti”.

“Sono stato stato eletto – continua il senatore del Pdl – forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei: 24.500 cittadini italiani, né mafiosi né delinquenti. Di una piccola parte di costoro – prosegue la lettera – avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente inquinati da frequentazioni criminali”.

“Non mi interpreti come troppo ingenuo – spiega Di Girolamo al presidente del Senato – Non ero consegnato anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male. E Lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti. Sono entrato in Senato – sottolinea Di Girolamo – da professionista del diritto, incensurato”.

Quindi passa alla dolorosa autobiografia. “La mia – racconta il senatore a Schifani – non è stata una storia semplice. Orfano, già in fasce, di un prestigioso economista e docente universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre nobile ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della famiglia”.

“Sono rimasto, negli anni, quello che ero. Una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica – ammette Di Girolamo – ne ho incontrati alcuni. Figli di un’altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse”.

Più confidenziale il tono delle missive che Nicola Di Girolamo invia al capogruppo del Pdl in Senato, Maurizio Gasparri e al vice Gaetano Quagliariello. “Voglio rassicurare te e Gaetano – inizia Di Girolamo nella lettera a Gasparri – nel gruppo non si è seduto un delinquente, ma un cittadino che ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze. Lievità figlie dell’esperienza da candidato che mi ha portato a rincorrere ogni legittima preferenza e a riporre affidamento in chiunque mi avesse offerto un aiuto”.

La chiusa ha il gusto del martirio. “Apro così la strada – confida il senatore Pdl a Gasparri  – a un mio personale calvario di cui non conosco il percorso e il tempo ma con la certezza che, nel fondo, vi troverò quel riscatto per me e la mia famiglia che, confido, mi permetterà di conservare anche la Tua amicizia”.

La quarta lettera raggiunge, infine, il presidente della Commissione Esteri, Lamberto Dini al quale Di Girolamo rinnova l’amarezza per la vicenda che lo ha travolto.

Il caso passa adesso al vaglio del Senato dove già domani potrebbe essere calendarizzata la data per la votazione delle dimissioni, mentre alle 12 Di Girolamo verrà ascoltato dalla giunta per le Elezioni e le Immunità del Senato. L’ultima occasione (forse) in cui il suo cognome verrà anticipato dall’appellativo “senatore”.

Maria Saporito