“Il profeta” verso l’Oscar dopo il trionfo ai César

Nove César: miglior film, migliore regia e poi fotografia, montaggio, scenografia e sceneggiatura. E ancora, due statuette per il giovane protagonista Tahar Rahim, premiato come miglior attore e come miglior speranza maschile, e un César per il secondo ruolo a Niels Arestrup, magnifico nei panni del padrino corso. “Il Profeta” di Jacques Audiard, film choc sull’universo carcerario, trionfa agli Oscar del cinema francese ed è ora in corsa per quelli hollywoodiani. Lascia a bocca asciutta altri film meritevoli, come “Welcome” di Philippe Lioret che, malgrado dieci nomination (tre meno de “Il Profeta”) ha visto sfumare ogni speranza, e “À l’origine”, di Xavier Giannoli (undici nomination).

La vittoria del capolavoro di Audiard era prevedibile, ma il successo del film è andato oltre ogni aspettativa. Il regista, che ha voluto ricordare il suo impegno e quello di decine di cineasti nella difesa dei sans papiers a rischio di espulsione, è al sesto César della carriera: il primo lo ha ricevuto nel 1995 per “Regarde les hommes tomber”; nel 2006 ha vinto tre premi per “De battre mon coeur s’est arreté” (miglior film, miglior regia, miglior adattamento).

Ma la vera sorpresa di questa 35ª cerimonia dei César è stato senza dubbio l’attore protagonista del film, Tahar Rahim, che, a soli 28 anni, ha messo a segno una doppietta rara: pare infatti che solo Julie Depardieu abbia ottenuto due César per “La petite Lili”. Una ricompensa notevole per un attore che, prima del film vincitore del Grand Prix a Cannes, era pressoché sconosciuto. Sorriso aperto e sguardo diretto, Tahar è ormai lanciatissimo e girerà presto con Kevin McDonald (“L’ultimo re di Scozia”) e Lou Ye, il cineasta cinese censurato nel suo Paese. Audiard ha scovato Rahim in un programma di Canal+ e ora il giovane è diventato una star. Ha battuto perfino il gran favorito, l’eccellente François Cluzet, candidato come miglior attore per il ruolo di un imbroglione in “À l’origine” e per quello di un alcolizzato in “Le Dernier pour la route”.

Altra vittoria attesa, quella di Isabelle Adjani. L’attrice si è aggiudicata la sua quinta statuetta con il film “La gonna”, di Jean Paul Lilienfeld, che l’ha riportata alla ribalta a 54 anni, dopo un lungo periodo di crisi: «Credo di non essere mai stata così emozionata – ha detto in lacrime sul palco -. Questo premio incorona il ruolo forse più rischioso della mia carriera. E un piccolo film che nessuno voleva». A consegnarle la statuetta c’era Jerard Depardieu, con il quale la diva ha girato “Mammuth”, proiettato a Berlino. Ed ha ragione Isabelle Adjani a dire che si trattava davvero di un ruolo rischioso: l’attrice interpreta un’insegnante di banlieue stanca di soprusi che, pistola alla mano, prende in ostaggio i suoi studenti. Poteva finire in un mare di critiche, invece il film ha ricevuto applausi dall’intellighenzia e successo di pubblico. Una bella rivincita su chi la voleva finita, sulle sfortune in amore (l’ultima con un chirurgo che l’ha mollata dopo cinque anni insieme) e sulle giovani colleghe milionarie che guadagnano più di lei.

Maria Elena Tanca