Buona pace di tutti sul decreto Romani (per ora)

Il sottosegretario allo Sviluppo Paolo Romani

In Consiglio dei Ministri  è stato approvato ieri 1° marzo il tanto discusso Decreto Romani sulla regolamentazione dell’Audiovisivo, proposto da Paolo Romani, sottosegretario allo Sviluppo economico.

Il testo definitivo presentato in parlamento lo scorso 4 febbraio, come già meglio illustrato nelle pagine di Tech di questo giornale, risulta alquanto modificato rispetto all’originale che tanto suscitava preoccupazione nel mondo dei media, ed in particolare nell’ultima versione il testo è stato eputato dei poco convenienti riferimenti al mondo Internet che erano stati accolti dal mondo della Rete come una minaccia  alla libertà di espressione, dal momento che avrebbero potuto provocare di fatto la  censura di blog, web TV, giornali online e siti d’informazione.

In ultima analisi, il decreto così come era stato inizialmente formulato, rischiava di mettere a repentaglio la stessa libertà di parola e di stampa, che oggi si manifesta con modalità ed usi di espressione diversi da quelli esistenti  nel tempo in cui si è combattuto per instaurarla definitivamente nelle Costituzioni e nella mentalità delle nazioni moderne.

Il decreto legislativo sui Media TV e Audivisivo, che serve a recepire legittimamente la direttiva Ue in materia, esclude dunque siti personali, blog e quotidiani online che vogliano pubblicare dei video digitali a scopo informativo.

Il nuovo testo del decreto include una lista dettagliata delle “attività escluse” dalla materia trattata, che sarebbero per l’appunto i “siti Internet tradizionali, come i blog, i motori di ricerca, versioni elettroniche di quotidiani e riviste, i giochi online”.

Sono state accolte dunque le istanze e le appassionate proteste portate avanti dal popolo della Rete, come anche quelle dell’AgCom, il cui presidente Corrado Calabrò aveva parlato di un illegittimo “filtro ad Internet”, riferendosi al testo iniziale del decreto.

In base al testo di legge, dunque,  siti di informazione come blog e giornali web non sono equiparabili alle emittenti tv, e pertanto non devono sottostare alle medesime norme sull’utilizzo e sulla pubblicazione di video. I siti di informazione, infatti, svolgono un lavoro in buona parte diversificato per obiettivi e modalità da quello delle televisioni private e pubbliche.

Resta da definire la posizione di quei siti internet che usano servirsi di video di varia natura anche (spesso e volentieri) a scopo pubblicitario e commerciale, e dunque di lucro diretto. YouTube e Google per ora sono i portali che devono ancora veder definire la loro situazione, in attesa di un accordo che metta pace con le autorità e la concorrenza.

Se indiscutibile è infatti il valore culturale e l’utilità informativa e sociale di questi portali super consultati in tutto il globo, non tutti sono contenti di veder fiorire sempre più le attività di queste società di successo, che inconfutabilmente hanno anche un valore di mercato che aumenta sempre più. Pace è fatta, comunque, per ora, sugli argomenti principali riguardanti la Rete ed i privati.

S. K.