Fasi della guerra Berlusconi-legittimo impedimento

ULTIMO AGGIORNAMENTO 3:45

Roma, 2 marzo. L’udienza fissata per la giornata di ieri del processo Mediaset coincideva, al solito, con un impegno istituzionale del premier Silvio Berlusconi, vale a dire la riunione del Consiglio dei Ministri, che questa volta non è stato valutato come legittimo impedimento dalla Magistratura per giustificare l’assenza in tribunale di  Berlusconi. Il premier, in Consiglio dei ministri, ha scelto di non proferire verbo sulla sua presenza lì, sulla sua assenza altrove, e neppure sul disappunto riguardo la mancata concessione di legittimo impedimento.

O meglio, qualcosa si è detto, in Consiglio, sull’accaduto e sulle traversie del capo del Governo. Nella persona del ministro della Giustizia Angelino Alfano, le lamentele si sono protratte comunque, e con più effetto, dal momento che non sono state  pronunciate dalla vittima dei contorti accadimenti in prima persona. Al termine, dunque, di una lunga recriminazione nei confronti dei giudici di Milano rifiutatisi di considerare come legittimo impedimento per il premier la seduta odierna del Consiglio dei Ministri, Berlusconi si è limitato con discrezione a rispondere che aveva “perfettamente ragione” il  Guardasigilli che con tanto ardore aveva già tentato in altra occasione di sospendere tutti i procedimenti giudiziari a carico del premier attraverso la sua proposta di legge sull’immunità.

Seguendo qualche commento preso in giro nella mattinata politica, si raccoglie quanto di più previsto e di già sentito: che il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, difendendo la causa già sposata del presidente del Consiglio, ha parlato di “permanente uso politico della Giustizia”, il rappresentante del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, di “caso di ordinaria faziosità, persecuzione e pregiudizio verso Berlusconi”.

Niccolò Ghedini è fra quanti hanno espresso parole di maggior fervore. “Se qualcuno non comprende – ha commentato Ghedini in relazione alla posizione presa dalla Suprema Corte – la gravità della situazione in cui un Tribunale ritiene che una propria udienza, che poteva essere rinviata con la sospensione della prescrizione, è più importante del Consiglio dei Ministri, vuol dire che non si ha presente quali sono i canoni fondamentali della nostra Costituzione”. Ed azzarda, l’avvocato Ghedini, concludendo un lungo monologo, un pronostico annunciato con manifesta sicurezza: “La Corte di Cassazione non potrà che annullare questo processo e il suo prosieguo”. Parole pronunciate con il sentire, verrebbe evidentemente da credere, di chi riesce a pronunciare difese e sentenze in una volta sola ed anche al di fuori della sede in cui abitualmente si sentenzia.

Dal canto loro, i giudici milanesi tanto incriminati nella mattinata di ieri, presieduti dal magistrato Edoardo D’Avossa,sono stati piuttosto semplici e nitidi nelle parole dell’ordinanza stabilita: se non è dimostrata la “necessità della sovrapposizione” dei due impegni del caso, “la funzione giudiziaria verrebbe ad essere svilita, con la conseguenza che il contemperamento tra gli opposti interessi di rilievo costituzionale allo svolgimento in tempi ragionevolmente rapidi del processo e all’esercizio delle funzioni parlamentari o governative verrebbe essere risolto nel dare esclusiva rilevanza al secondo di tali interessi”. Come dire, tentando una analisi che faccia da traduzione in termini meno discreti: perché spostare proprio  l’udienza, piuttosto che rimandare, invece, la seduta del Consiglio dei Ministri, visto che il tempo stringe, i processi in sede politica si dice si vogliano abbreviare, e se non ci si dà una mossa va in prescrizione ogni cosa si voglia far annullare da parte di qualche corrente di governo?

E non manca, di fronte alle considerazioni di D’Avossa, la cosiddetta risposta pronta, in stile braccio di ferro alla pari, di Niccolò Ghedini: “Neppure il Tribunale può svilire l’attività di governo. Avrebbero potuto proporci altre date. Questo è un fatto gravissimo”.

A proposito di altre date, l’udienza successiva dello stesso processo Mediaset in corso è, o meglio, sarebbe stata fissata per l’8 marzo prossimo. Altra sfrontataggine dei magistrati, dal momento che quel giorno il capo del Governo, come hanno già reso noto i suoi avvocati, sarà impegnato in un viaggio di Stato in Brasile. Ci provano ugualmente, i magistrati, ad andare avanti con il procedimento. Armandosi di pazienza, sembra si stiano già organizzando, non potendo fare di meglio (l’8 marzo non è una delle date per le quali Berlusconi aveva fornito ufficialmente, secondo gli accordi che si è tentato di formalizzare, la propria disponibilità ad esser presente) per preparare un’udienza che sarà per lo più organizzativa e nella quale potrebbero essere sentiti alcuni testimoni, che nel loro caso probabilmente dovranno,  secondo le norme di legge, presentarsi ad ogni costo, con scarsissimo margine di giustificazione che dia luogo a legittimo impedimento.

E mentre, tra le varie rincorse, Sandro Bondi si chiedeva ieri ad alta voce se “dopo che i giudici di Milano pretendono di decidere se e come il Consiglio dei Ministri debba riunirsi, siamo ancora in democrazia“, è venuto spontaneo a molti interrogarsi su quale democrazia ora Berlusconi, i vari Bondi, Ghedini e gli altri suoi auspicherebbero invece dell’attuale: una forma di ordinamento dello Stato in cui, se il presidente del Consiglio venga colto da impedimenti alla sua funzione dovuti a processi giudiziari a suo carico, il conflitto di istituzioni, nell’ardua scelta fra quelle legislative e giudiziarie, si debba risolvere con le sue dimissioni immediate ed indiscusse dagli incarichi di Governo, forse?

Sandra Korshenrich

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