Negligenza medica: un carcerato muore, assolti i medici

Si tratta di un caso apertosi sei anni fa. Il reato riguardava la morte di un detenuto, Francesco Marrone, avvenuta nel febbraio del 2004.
Il 31 ottobre 2003 Marrone, 41 anni all’epoca, fu condannato dalla Corte d’appello di Palermo a 4 anni e 9 mesi per tentato omicidio degli ex-suoceri. Trasferito in seguito nel carcere romano di Rebibbia, l’uomo si ammalò.
Nonostante cinque infernali mesi di svenimenti e attacchi epilettici, i medici ritennero che “la malattia” fosse una finzione, al massimo, una psicopatologia; in realtà si trattava di un tumore ai polmoni, arrivato in breve tempo al cervello. Il 6 febbraio 2004 venne ricoverato al Pertini, ormai in stato comatoso, il 16 dello stesso mese morì.

Dure le accuse lanciate dal fratello della vittima, Nicola Marrone, guardia carceraria in pensione : «È stata una morte assurda, mio fratello era ammalato di tumore, lo hanno trattato come un matto mettendolo perfino in isolamento. E quando l’ hanno finalmente trasferito in ospedale era ormai tardi. Ce l’ hanno portato in coma. Ora noi vogliamo giustizia».

Oggi la sentenza del processo per omicidio colposo.
Assolti i 12 medici imputati, tra i quali spiccava il nome di Sergio Fazioli l’allora direttore sanitario del carcere, per la formula del “il fatto non sussiste”.

<<Burocratica, disattenta e sbrigativa>> queste le parole usate nella relazione svolta dai consulenti Giovanni Arcudi e Roberto Vagnozzi, per definire la sanità carceraria. Per individuare il tumore sarebbe bastato sottoporre il detenuto ad un Tac ed ad un elettroencefalogramma. Esami mai effettuati, lasciando la diagnosi a mere interpretazioni personali. Il rigore della scienza medica esiste per far si che frasi come <<disturbi del comportamento>>, <<anomalie caratteriali>>, <<Problemi di natura psicogena>>, <<Si rifiuta di collaborare e simula situazione di incoscienza>>, <<Biascica a mezza voce di stare male>>, non debbano uccidere nessuno. Certamente il tumore avrebbe ucciso Francesco Marrone, prima o poi, ma la morte è stata accelerata dal disinteresse verso il malato.

Federica Di Matteo