Dal medico di famiglia per curare il dolore cronico

Un paziente su tre va dal medico di famiglia per curare un dolore cronico.

Il 27 per cento soffre di loro soffre di una malattia severa a cui è associato il dolore cronico, il 20,45 per cento soffre di artrosi, lo 0,85 per cento di artrite reumatoide, il 6,07 per cento di tumore.

I dati sono forniti dalla ricerca “Il comportamento prescrittivo dei medici di medicina generale”, promossa dalla Società italiana di medicina generale (Simg) con il supporto del Centro studi Mundipharma, e che ha coinvolto 500 medici italiani, per un totale di 789.284 pazienti.

“Il medico di famiglia – sottolinea Claudio Cricelli, presidente Simg – è dunque il primo interlocutore per la cura del dolore, uno dei fattori più importanti che condizionano la qualità di vita delle persone”.

Lo studio ha inoltre analizzato le cure, che il medico di famiglia, prescriveva come terapia del dolore: nel 36,9 per cento dei casi erano Fans (farmaci anti-infiammatori non steroidei), nel 9,5 per cento analgesici oppiacei e nel 3,9 per cento prescriveva paracetamolo.

Il Centro studi Mundipharma afferma in una nota: “Dai risultati dello studio emerge ancora una volta che la percentuale di prescrizioni degli oppioidi nel trattamento del dolore è molto contenuta in Italia: fatto che pone il nostro Paese in ritardo rispetto agli altri Paesi europei”.

«Oggi – spiega Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative – grazie a un’ordinanza ministeriale del 20 giugno 2009 è stato abolito il ricettario speciale per la prescrizione dei farmaci oppioidi che ne limitava di fatto l’utilizzo. Questo provvedimento mira a rendere più accessibili ai tanti malati con dolore cronico le cure più idonee, attraverso l’impiego di terapie a base di morfina, ossicodone, fentanyl o buprenorfina, farmaci fino a poco tempo fa poco accessibili. Oggi il medico ha dunque a disposizione più possibilità di cura, che dovrebbe sfruttare al meglio per garantire la migliore assistenza al proprio paziente”.

Aggiunge Cricelli che “al fine di sfruttare queste nuove opportunità terapeutiche, è anzitutto necessario che il medico di medicina generale abbia la possibilità di seguire un adeguato percorso formativo sull’utilizzo di questi farmaci e le loro potenzialità”.

g.