La risposta del governo cinese al Dalai Lama: bugie sul Tibet

Il severo intervento del Dalai Lama, in concomitanza con il 51° anniversario della fallita rivolta in Tibet, non è rimasto a lungo senza risposta.

Le sue parole sono state definite come il frutto di una “rabbiosa retorica” che imputa alle autorità cinesi il tentativo di sradicare il buddismo mettendo in condizioni di semi-prigionia monaci e monache.

A queste affermazioni si risponde con parole dure, non prive di sferzante ironia, sul sito di Xinhua. Il Dalai Lama non è certo uscito da questa sorta di prigioni e, pur essendo assente dal Paese da 51 anni, parla della situazione in Tibet come se lo avesse lasciato da poco. A ciò si aggiunge lo sforzo delle autorità cinesi per preservare monasteri ed espressioni artistiche tradizionali (come è mostrato in altre pagine del sito dell’agenzia di stampa Xinhua).

La controffensiva pubblicata da Xinhua continua con l’invito al leader a non mentire sui violenti scontri dello scorso anno, definendo i tibetani come pacifici manifestanti, quando invece essi sono stati responsabili delle violenze.

Non si dimentica nemmeno l’incontro con il presidente statunitense Barack Obama e l’appoggio internazionale raccolto dalle proposte avanzate dal Dalai Lama per ottenere un’autentica autonomia del Tibet.

L’ipotesi di incrinare l’unità nazionale è categoricamente esclusa dal governo centrale che, inoltre, ribadisce che nessun Paese straniero (Stati Uniti compresi) ha il diritto di intromettersi in questioni di politica interna.

Il Dalai Lama, è la conclusione, non può arrogarsi il diritto di farsi portavoce dei tibetani che hanno i loro rappresentanti nel governo del Tibet e nel Congresso Nazionale del Popolo, ora riunito a Pechino.

Rappresentanti tibetani al Congresso Nazionale del Popolo

Il riferimento alla regione dello Xinjiang come Turkestan orientale è stato infine considerato come il sostegno a “terroristi” che combattono per l’indipendenza da Pechino. Le autorità cinesi hanno accolto molto male l’ultimo discorso pubblico del leader tibetano, per l’influenza sui suoi sostenitori e per la popolarità riscossa all’estero.

L’anniversario degli scontri del 2008 in Tibet aveva già preoccupato la diplomazia e l’opinione pubblica internazionale per le notizie del rafforzamento delle misure di sicurezza ordinato dal governo. Questo “botta e risposta” alza ulteriormente la tensione e alimenta i timori dei più pessimisti (o realisti?).

L. Denaro