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Bangkok: sangue per le strade.

Sangue sparso per le strade di Bangkok. Non si tratta fortunatamente di una strage ma della singolare protesta inscenata dal movimento “Camice rosse” per non dimenticare Thaksin, l’ex premier thailandese deposto nel 2006 e da allora in esilio. Ad essere preso di mira il palazzo della sede del primo ministro, accusato di essere tra i fautori del contestato esilio di Thaksin Shinawatra. Centinaia di camice rosse, radunatesi per donare il sangue alle infermiere, hanno deciso di cambiare programma. L’ idea nasce dai loro leader che hanno lanciato la proposta di raccogliere un metro cubo di sangue da spargersi, prima dinanzi alla sede del Primo Ministro, poi dinanzi alla sede del Partito democratico.

Centinaia di manifestanti si sono poi recati presso la sede della fazione, divenuta il secondo sfondo della protesta silenziosa, pacifica ma comunque dal grande effetto scenico e quantomai  insoltia.  Il Partito democratico è il gruppo politico al quale appartiene  l’attuale premier Abhisit Vejjajiva,

Come detto, il gesto ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione su Thaksin Shinawatra, ex primo ministro thailandese e uomo più ricco del paese asiatico, in esilio forzato dal 15 aprile del 2006, quando gli fu revocato il passaporto perchè un suo ritorno avrebbe potuto nuocere alla Thailandia.  Alla base di ciò numerosi scandali politici e finanziari che lo riguardarono negli anni in cui fu a capo del governo thailandese. Presidente di una delle società più ricche d’Asia, la Shin Corporation,  Thaksin Shinawatra, ha ancora, da quanto si apprende dalla protesta di oggi tanti sostenitori che a Bangkok lo rivorrebbe come Primo Ministro. sostenitorio che si riconoscono nel gruppo ‘Camicie Rosse’, con la sigla Udd ( fronte unito contro la dittatura ).

Dall’altro lato però ecco l’altra parte del paese che non più di tre anni fa inscenò una vera e propria manifestazione di giubilo al momento dell’ esilio di Thaksin Shinawatra, “celebrando” anche un finto funerale e bruciando le foto dell’ex Premier al grido di <Thaksin get out!>  e che ancora oggi non vuol certo sentir parlare dei suoi mille soprusi .

Alessandro Iraci