Pressioni USA per la rivalutazione dello yuan? La Cina reagirà

A metà marzo Romano Prodi aveva svelato una legge “scientifica” per affrontare la questione del valore dello yuan, dopo il rifiuto opposto dal premier cinese Wen Jiabao alle richieste di Barack Obama.

L’oggetto del contenere? Il rafforzamento della moneta cinese chiesto da Washington e negato da Pechino. La “formula Prodi” è: tanto più alta è la carica del politico che chiede la rivalutazione del renminbi, tanto più tempo passerà prima di ottenere un tasso di cambio in linea con queste richieste.

Il China Development Forum 2010 è un palcoscenico particolarmente adatto per ribadire il concetto. Il tema dell’evento infatti è “La Cina e l’economia mondiale: crescita, riorganizzazione e cooperazione”.

I rapporti economici tra Cina e Stati Uniti sono al centro dell’attenzione del dibattito; inoltre ad aprile il Ministero del tesoro americano si pronuncerà sul tasso di cambio dello yuan.

L’intervento di Chen Deming, Ministro del commercio, non si è fatto attendere. Chen ha dichiarato che la Cina non resterà a guardare se gli Stati Uniti continueranno ad accusarla di tenere lo yuan artificiosamente basso e se adotteranno sanzioni commerciali per indurla a rivalutare la sua moneta.

Il ministro ha adottato la “via” della persuasione e quella della severità. Da un lato ha ribadito che un eventuale apprezzamento dello yuan aiuterebbe poco a riequilibrare la bilancia commerciale come, a suo parere, testimonia la storia degli ultimi anni in cui la rivalutazione dello yuan non è stata automaticamente seguita da benefici commerciali per altri Paesi.

Il riferimento riguarda in particolare il triennio 2005-2008 quando lo yuan è stato rivalutato del 20%, mentre il surplus nella bilancia commerciale è stato comunque vantaggioso per la Cina.

Si è riaffermato che il tasso di cambio dello yuan è corretto e che le pressioni internazionali per cambiarlo sono irrazionali e controproducenti.

Le argomentazioni sono state accompagnate anche dal “bastone”. Gli Stati Uniti sono stati accusati di intromettersi indebitamente in questioni di sovranità nazionale che non possono essere argomento di discussione tra i due Paesi.

“Politicizzare” la questione non aiuta a risolvere la crisi economica globale, problema strutturale e complesso da cui non si può escludere un riassetto del sistema monetario internazionale.

Secondo Chen Deming, bisogna affrontare lo squilibrio tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo. Tradotto: il protezionismo commerciale peggiorerà la situazione e la Cina non resterà passiva di fronte alla politica proposta dall’amministrazione Obama.

Se Washington proseguirà su questa strada, Pechino non farà finta di nulla ma adotterà le adeguate contromisure. Quali? Questo non è stato specificato e proprio questo fattore rende questa affermazione ancora più temibile.

 

 

Laura Denaro