Rosa, Olindo e la lettera a Rete4: noi costretti a confessare

Due giorni fa si è aperto il processo di appello per Rosa Bazzi e Olindo Romano, i coniugi accusati e condannati in primo grado per la strage di Erba, nella quale persero la vita quattro persone, tra cui un bimbo, Youssef, figlio di Azouz Marzouk , inizialmente accusato di essere lui l’autore dell’omicidio plurimo e scagionato dal riconoscimento  da parte di un  testimone sopravvissuto per miracolo alla furia di della coppia.

Contestualmente alla riapertura del processo, Rosa e Olindo avevano spedito una lettera al Tg2, proclamando la loro innocenza. A due giorni di distanza una nuova missiva, questa volta indirizzata alla trasmissione “Quarto grado“,in onda su Rete4 e condotta da Salvo Sottile, spinge sull’acceleratore della teoria che vede i due coniugi “vittime del sistema”.

Il contenuto della lettera è di appartenenza esclusiva alla trasmissione Mediaset, ma è noto ciò che la coppia ha voluto far sapere al pubblico e cioè che sono stati costretti a confessare. Già nel primo scritto si poteva leggere che i loro avvocati erano stati chiari nel consigliare loro che  una confessione sarebbe stata la cosa migliore. Ora però, la linea che la stessa difesa vuole seguire sembra sia un’altra, appunto quella dell’innocenza di Rosa e Olindo, in carcere per errore giudiziario.

Se è vero che a livello d’indagine  non è possibile scartare nessua ipotesi va ricordato però, per dovere di cronaca, quanto confessato dalla coppia di Erba nei giorni seguenti il loro arresto. Questo uno stralcio del verbale deputato a raccogliere le dichiarazioni di Rosa Bazzi:

“Avevamo la chiave del portoncino dei Castagna. Abbiamo raggiunto il posto in silenzio, approfittando del fatto che il marito di Raffaella era all’estero . Era meglio presentarsi davanti alla loro porta in questa maniera, perché se citofonavamo non ci avrebbero aperti. Io avevo con me un coltello, Olindo un coltello e un martello” – e ancora – “Indossavamo i guanti per non lasciare impronte Io avevo ai piedi delle pantofole di stoffa e un vestito vecchio, Olindo una maglietta e dei pantaloni. Roba che non ci serviva più e che potevamo buttare via. Siamo saliti fino al primo piano, poi abbiamo suonato al campanello”.

La chiarezza dei particolari descritti risulta sicuramente particolare  rispetto all’eventualità di un’invenzione della propria  colpevolezza perchè “cosigliati male. Per progettare così bene una storia simile avrebbero dovuto avere il tempo di studiare a tavolino ed insieme tutta la struttura del racconto, cosa che non hanno avuto tempo di fare; in più, difficilmente una persona ( in questo caso due) è in grado di produrre una falsa  versione dei fatti così credibile allo scopo di accusarsi da sola, sussistono infatti meccanismi psicologici di auto-difesa involontari che “farebbero di tutto per impedirlo”. Tali confessioni tra l’altro sono state confermate più volte quando ancora Rosa e Olindo erano rinchiuse nel carcere di Bassone.

A.S.