Varese: i farmaci hanno ucciso Giuseppe Uva

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:01

Giuseppe Uva, 43 anni, nel 2008 viene arrestato in stato di ubriachezza, dopo che con un suo amico amico pare avesse transennato una via di Varese, per motivi non noti. A seguito del fermo però, l’uomo muore.  Una chiamata al 118, fatta da un altro ragazzo, presumibilmente amico di Uva, dall’interno della stazione dell’Arma di Varese: “lo stanno massacrando”, in una stanza vicino. Dopo “quelle 3 ore” il ragazzo esce con il corpo pieno di lividi e coi vestiti sporchi di sangue.

Quella stessa notte viene ricoverato in ospedale e sarà lì che morirà. Il ricovero avviene  in seguito alla richiesta degli stessi Carabinieri, per un “trattamento sanitario obbligatorio” e non alla telefonata dell’amico di Uva. Il 118 sembra abbia contattato la caserma in questione, quella di Via Saffi, prima si mandare davvero l’ambulanza e un militare avrebbe declinato la richiesta. “No guardi, sono due ubriachi che abbiamo qui ora gli togliamo i cellulari. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi.” Cosa che infatti fecero poco dopo.

Gli esperti hanno comunque escluso che il decesso possa essere avvenuto a causa del pestaggio subìto in caserma, la perizia medico-legale ha infatti escluso anche il presunto pestaggio stesso. La morte di Uva sarebbe quindi da attribuirsi alla “somministrazione di medicinali incompatibili con lo stato di ubriachezza dell’uomo“.

L’avvocato della famiglia Uva, Fabio Anselmo ha annunciato all’Ansa un esposto alla procura contenente la richiesta di riapertura delle indagini in quanto “i due medici indagati non hanno assistito a quello che è accaduto in caserma prima del ricovero, secondo noi un pestaggio comprovato dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle lesioni allo scroto riscontrate sul corpo di Uva”. Infatti, attualmente nell’inchiesta  non sussistono altri presunti colpevoli al di fuori dei due medici che avrebbero somministrato tranquillanti e psicofarmaci al paziente, sostanze da tenere lontane se si è sotto l’effetto di alcool.

Luigi Manconi presidente di “A buon diritto” che già aveva tirato fuori il caso di Stefano Cucchi,il ragazzo che si sospetta sia morto ammazzato per lesioni provocate da esponenti delle forze dell’ordine dopo  essere stato arrestato, commenta così l’episodio avvenuto a Varese: “Un caso limpido di diritti violati nell’indifferenza più totale“.

Ed è proprio a Cucchi che Giuseppe Uva viene assimilato dallo stesso Manconi; come nel caso romano infatti restano diversi punti da chiarire: I lividi in primis, la telefonata dell’amico della vittima al 118 e la respinta della caserma ad una richiesta di chiarimento da parte di quest’ultimo,  ma anche la compresenza di Poliziotti e Carabinieri in una caserma nella quale dovrebbero esserci solo i militari dell’Arma e il sospetto “disinteresse” dello stato di salute di Uva da parte dei medici dell’ospedale, che non si sono accorti delle fratture riportate dal ragazzo.  Se poi le accuse ai medici dovessero risultare fondate risulterebbe straordinariamente preoccupante il sapere che dei professionisti della scienza medica non si siano accorti  neanche di “avere in mano” un  ragazzo ubriaco.

Angelo Sanna