Dal 7 aprile un film sull’Hiv

Un film documentario ci ricorda dell’Hiv, il cui il rischio di contrarlo è purtroppo un problema di tutti.

Secondo le stime dell‘Unicef sono 33,2 milioni di malati nel mondo, tra questi 2,1 milioni hanno un’età inferiore ai 15 anni e circa il 90 per cento di essi vivono nell’Africa sub-sahariana.

E’ tristemente risaputo che il virus non fa distinzioni di genere, tanto meno di preferenze sessuali, eppure il problema è sottovalutato, soprattutto dalle giovani generazioni, che hanno abbassato pericolosamente la guardia.

“Le nuove generazioni sono disinformate sulla diffusione e la pericolosità della malattia – dice Andrea Adriatico regista -. E questo è particolarmente vero per l’Italia, dove vengono diagnosticati 4000 casi ogni anno e ci sono almeno 150.000 sieropositivi che ignorano di esserlo”.

Ad avvertirci che il rischio non è scampato, ma l’abbiamo semplicemente messo sotto il tappeto come la polvere, è un documentario, visibile nelle sale cinematografiche a partire dal 7 aprile.

Il film “+ o – Il sesso confuso – Racconti di mondi nell’era Aids” racconta storie, attraverso circa trenta interviste a malati, artisti, studiosi, politici, e medici che hanno a che fare con chi lo contrae, tra i ricercatori spiccano nomi come quello di Barbara Ensoli, titolare della ricerca sul vaccino italiano anti-Aids, ci saranno poi gli interventi dell’ex ministro della salute Livia Turco, del presidente della Lila Alessandra Cerioli, del farmacologo Goffredo Freddi, e persino il dipendente della casa farmaceutica Merck, che ha messo appunto un possibile vaccino anti-Hiv.

I due registi sono Andrea Adriatico (regista) e Giulio Maria Corbelli (giornalista), classe 1966, conoscenti in diverse maniere del problema Aids.

“E’ una delle cose di cui andiamo fieri— raccontano i due registi — . Nessun volto oscurato, tutte testimonianze a viso aperto. Non è facile, ma è il passo più importante”.

Il documentario si snoda attraverso le quattro epoche, che hanno segnato la comparsa del virus in Italia, a partire dagli anni ’80, durante i quali le comunità gay degli Usa e poi dell’Europa, furono le prime a farne le spese. Molte in quegli anni le leggende metropolitane circa il contagio.

Ricorda Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, che lo choc fu terribile per chi usciva dagli anni della liberazione sessuale.

Passati gli anni ’80 ci fu il periodo più duro, quello della consapevolezza e della paura di non potersi difendere dalla pandemia.

“Noi cresciuti negli anni della paura – raccontano Adriatico e Corbelli – abbiamo da subito imparato a proteggerci, a non lasciarci andare. Questo ha inciso profondamente nel creare un atteggiamento di difesa verso l’altro, di sospetto per il diverso“.

Poi finalmente le prime speranze di pari passo con l’arrivo delle cure, fino al silenzio dei giorni nostri.

Un film di 90 minuti con ventinove testimonianze e molti outing, un passo importante, per continuare a combattere il virus.

Giulia Di Trinca