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I non fumatori rischiano cancro ai polmoni a causa di un gene

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Sono tante le persone colpite da cancro ai polmoni pur non avendo mai toccato una sigaretta. E proprio questo fa rabbia: com’è possibile che ci si possa ammalare senza aver in qualche modo facilitato il cancro?

Ebbene, la causa della sofferenza di milioni di perosne è legata ad un gene.
A scoprirlo sono stati i ricercatori della Mayo Clinic College of Medicine di New York: si sono serviti di un campone di 574 persone che avevano fumato massimo 100 sigarette in tutta la loro vita. Hanno così prelevato campioni di DNA dai volontari. Questi campioni sono stati analizzati in modo da rintracciare eventuali differenze genetiche che dimostrassero un maggiore rischio per qualcuno di contrarre la malattia. Dopodiché, si è passati all’analisi personale di ciascun soggetto: eventuali casi familiari di tumore ai polmoni, esposizione al fumo passivo e malattie respiratorie croniche.

Così facendo, i ricercatori sono giunti alla conclusione che ci sono due tratti del genoma in gradi di attivare o disattivare il gene in questione, ovvero il GPC5. Infatti, nell’adenocarcinoma (il tipo di tumore polmonare più diffuso) l’attività del gene in questione è del 50% inferiore alla norma.

Gli studiosi, tuttavia, hanno voluto comprovare questa scoperta. Si sono serviti, dunque, di 44 alterazioni genetiche più comuni, e hanno diviso coloro che presentavano le alterazioni in due gruppi: a un gruppo intero era stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Così, i ricercatori hanno dimostrato in linea di massima la tesi emersa dallo studio. Non contenti, però, gli studiosi hanno effettuato una terza analisi su 530 pazienti, che ha avvalorato ancor più la tesi.

A commentare i risultati dello studio è stato il Dottor R. Govindan, della Scuola di Medicina della Washington University, che ha posto l’accento sul fatto che “siano necessarie numerose e ulteriori ricerche per trovare conferma delle osservazioni preliminari sui tumori polmonari dei non-fumatori e che la medicina è ancora ben lontana dal comprendere come i rilievi evidenziati dallo studio possano essere messi in relazione con la predisposizione alla malattia”.

Angela Liuzzi

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