In quanti hanno massacrato Pasolini? Walter Veltroni chiede la riapertura del caso

Scrivere lettere aperte può essere considerato quale trend assoluto del momento, Walter Veltroni invia così la propria missiva all’indirizzo del Ministro Alfano al fine di proporre la possibile riapertura del “caso Pasolini“. Il geniale regista e scrittore è stato ammazzato a bastonate e, successivamente, travolto dalla sua stessa autovettura in una notte novembrina del 1975 presso il Lido di Ostia.

Si è ovviamente trattato di un omicidio, cruento oltremisura, del quale è stato incolpato uno dei tanti “ragazzi di vita”, così li appellava e ne scriveva il poliedrico genio, Pino Pelosi il quale, all’epoca dei fatti, aveva soltanto 17 anni.

Tanti, troppi gli elementi che non quadravano nella ricostruzione della notte maledetta fino al colpo di scena avvenuto nel 2005 quando Pelosi, durante un’intervista, per la prima volta cambia versione asserendo che i veri assassini di Pier Paolo Pasolini furono tre uomini dall’accento siciliano. Lui, allora giovanissimo, confessa di essersi addossato la colpa della mattanza per timore di eventuali ritorsioni contro la sua famiglia.

L’ex sindaco di Roma sottolinea come, mediante l’attuale strumentazione scientifica a disposizione delle forze dell’ordine, sia possibile fare finalmente luce sul mistero che ha avvolto la fine di Pasolini per trentacinque anni. Le attuali tecnologie potrebbero rivelarsi decisive come lo state per l’omicidio di Via Poma.

Gentile Ministro Alfano, vorrei cominciare questa lettera aperta con parole che vengono da lontano nel tempo: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È così che il presidente del Tribunale dei minorenni Alfredo Carlo Moro fissò il suo giudizio e il senso della sentenza con la quale il Pelosi fu condannato a quasi dieci anni di reclusione per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, intellettuale italiano. Le sentenze successive hanno confermato la responsabilità del ragazzo ma hanno sostenuto che lui fosse solo, quella notte. La verità processuale è fissata in quel giudizio della sentenza di secondo grado: «È estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici». «Estremamente improbabile» non significa «assolutamente impossibile».

Veltroni si è ben documentato in merito ai fatti nonché allo svolgimento del processo:

Stiamo ai dati di fatto: il paletto insanguinato, i vestiti, il plantare. Oggi le nuove tecnologie investigative consentono, come è avvenuto per via Poma, di riaprire casi del passato. Anche qui voglio usare parole non mie ma quelle che nascono dall’esperienza di Luciano Garofano, che ha diretto il Reparto Investigazioni scientifiche di Parma. Garofano è coautore con il biologo Gruppioni e lo scrittore Vinceti di un libro che si è occupato del caso Pasolini. «Oltre alle analisi del Dna che si potrebbero effettuare su molti reperti (alcuni dei quali mai sufficientemente presi in considerazione: il plantare, il bastone, la tavoletta…), attraverso lo studio delle tracce di sangue e di sudore, le scienze forensi vantano oggi un nuovo, importante alleato… La disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto quelli di Pelosi, ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulla modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare quindi l’attendibilità della versione fornita allora da Pelosi… Un caso che, come tanti altri enigmi del passato, non possiamo considerare chiuso».

L’ex Sindaco di Roma ricorda inoltre quanto “scomodo” fosse Pasolini:

Non so se queste parole abbiano preoccupato qualcuno, se abbia preoccupato il lavoro che conduceva per la scrittura di «Petrolio». Ma erano anni bastardi, non dimentichiamoli. Anni in cui da destra e da sinistra venivano compiuti, come fossero normali, atti inauditi. Ai quali spesso seguivano appelli ben firmati per la libertà dei responsabili. Come accade per gli assassini dei fratelli Mattei che ora sono liberi in Sudamerica. Anni bastardi, nei quali poteva bastare essere una donna e civilmente impegnata per essere sequestrata e violata, come accadde a Franca Rame. Anni nei quali si facevano stragi e si ordivano trame. Non bisogna essere «complottisti» per domandarsi cosa diavolo c’entrasse la banda della Magliana con la scomparsa di una giovane cittadina vaticana o con l’intricata vicenda del Banco Ambrosiano o con il rapimento di Moro. Ma al di là delle convinzioni personali e persino al di là della ricerca di una matrice politica del delitto Pasolini esistono una serie di evidenze sulle quali oggi forse si può fare chiarezza. E non solo perché nel 2005 Pelosi ha ritrattato tutto dichiarando che ad uccidere Pasolini erano stati tre uomini che lui non conosceva. Ha detto molte verità il ragazzo e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Mi domando se forse il tempo passato non avesse rimosso ciò che, negli anni del delitto, gli faceva paura.

Conclude quindi con una speranza:

Ecco, signor Ministro, è questo che voglio chiederle. Per questo, come per altri fatti della orribile stagione del terrore (come il caso di Valerio Verbano o gli altri che con il sindaco Alemanno abbiamo proposto alla sua attenzione) ora si può, si deve continuare a cercare la verità.  Conviviamo da anni con un numero di ombre insopportabile. Più ne dissiperemo e meglio sarà per tutti noi, per il nostro meraviglioso Paese. E più ancora della verità giudiziaria credo ci debba oggi interessare la verità storica. Grazie, Signor Ministro, della sua attenzione.

Alcuni giornali, nel riportare le parole di Walter Veltroni, hanno ironizzato su tale richiesta, a qualcuno pare che il politico non abbia niente di meglio da fare che richiedere l’apertura di un caso malamente gestito e archiviato.

Ma l’esigenza della verità e l’urgenza della Giustizia possono essere considerate priorità prettamente soggettive?

Valeria Panzeri