Coppia non vuole convertirsi all’Islam: bruciato vivo lui, stuprata dalla polizia lei

Non c’è stato niente da fare. E’ morto il cristiano pachistano che era stato bruciato vivo a Rawalpindi, nel Pakistan, perché rifiutava di convertirsi all’Islam. Ne da notizia il Pakistan Christian Post.

Il Pcc (Pakistan Christian Congress) ha espresso pubblicamente una dura condanna verso il governo del Punjab. Colpevole di non aver ancora punito gli estremisti musulmani responsabili dell’azione feroce e violenta: “I venti milioni di cristiani pachistani sono stanchi ed esausti”, ha detto Nazir S Bhatti, il presidente del Pcc. “L’episodio è avvenuto a pochi chilometri di distanza dalla sede della Corte Suprema del Pakistan, dove però siedono giudici che non hanno simpatia per le vittime cristiane e che ritengono che stuprare una donna infedele non sia un reato”.

Arshed Masih, questo il nome della vittima, era stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani a soli 38 anni. Aveva riportato ustioni sull’80% del corpo. Ancor più grave è stato il comportamento della polizia che si è macchiata di complicità: la moglie stuprata dagli agenti, dinanzi ai figli di 7 e 12 anni, in una tenuta situata di fronte alla caserma della polizia.

Dal 2005 Mashid e la moglie Martha lavoravano alle dipendenze di un ricco uomo d’affari musulmano della città, l’uomo come autista e la donna come domestica. Negli ultimi tempi, la fede cristiana della coppia era stata causa di continui dissapori e scontri con il datore di lavoro. La coppia cristiana viveva con i figli nella tenuta del datore, nella zona riservata ai domestici.

Nel gennaio scorso leader religiosi locali e lo stesso loro “capo” avevano cercato di imporre alla famiglia di convertirsi all’islam. Al rifiuto opposto da Mashid e dalla moglie, i fondamentalisti li avevano minacciati ripetutamente. La settimana scorsa le tensioni erano aumentate a causa di un furto subito da Sheikh Mohammad Sultan: dei ladri avrebbero fatto irruzione nella sua abitazione, rubando denaro contante per 500mila rupie (circa 6mila dollari). La polizia aveva avviato un’indagine sul furto senza iscrivere la coppia cristiana nel registro degli indagati mentre l’uomo d’affari li aveva accusati direttamente affermando che avrebbe lasciato cadere la denuncia se si fossero convertiti all’islam. Dopo l’ennesimo rifiuto, la “punizione”. Una vera scandalosa e macabra esecuzione. Una vergogna inaccettabile che alimenta gli scontri religiosi nella regione asiatica.

Alessandro Frau