Rio Tinto alla sbarra in Cina

Shanghai, moderna e scintillante metropoli cinese, ha un motivo in più per essere al centro dell’attenzione: il processo Rio Tinto.

 

Quattro dipendenti del gruppo anglo-australiano sono stati accusati di corruzione e spionaggio industriale. Nel primo caso il dibattimento appena iniziato è pubblico, per la seconda imputazione le porte del tribunale di Shanghai si chiuderanno.

Gli avvocati del responsabile della multinazionale a Shanghai, Stern Hu, hanno ammesso le responsabilità del loro assistito per il primo capo d’accusa, tuttavia hanno affermato che le “bustarelle” non erano così cospicue. Analogo atteggiamento è stato tenuto dagli altri tre accusati. Queste sono le notizie filtrate dall’aula attraverso le dichiarazioni rilasciate all’agenzia Reuters da Tao Wuping, difensore di uno degli imputati.

Il processo è sotto i riflettori per tanti motivi. Gli arresti, effettuati la scorsa estate, si basano sull’accusa di aver tentato di ottenere informazioni riservate su miniere e acciaierie cinesi per conquistare indebiti vantaggi commerciali.

Anche il console generale d’Australia a Shanghai, Tom Connor, ha confermato che il suo connazionale Stern Hu ha ammesso alcuni episodi di corruzione, mentre il premier australiano Kevin Rudd ha messo in evidenza l’importanza di questo processo come “cartina al tornasole” della correttezza della giustizia in Cina.

Infatti, se la corruzione lascia delle chiare “tracce”, il concetto di spionaggio industriale è meno definito. Chi opera nella Repubblica Popolare Cinese teme che la legislazione cinese (o lo sviluppo delle relazioni internazionali) possa portare a procedimenti basati su “elastiche” interpretazioni delle leggi in vigore.

Anche Tom Albanese, amministratore delegato di Rio Tinto, attende con una certa apprensione l’esito del processo. Tuttavia conferma di attendere rispettosamente le conclusioni del tribunale di Shanghai.

Il colosso minerario non può infatti permettersi dichiarazioni azzardate vista l’importanza del mercato cinese per i suoi affari. Non a caso Albanese, a Pechino per il China Development Forum 2010, ieri ha ricordato la lunga storia di rapporti commerciali con la Cina, che risale agli anni ’60.

Nonostante il “pasticciaccio brutto” avvenuto a Shanghai, Albanese ha ribadito che la compagnia si impegna a recuperare il terreno perduto e perfino a rafforzare i legami economici con la Cina, una partnership  che è stata definita strategica dallo stesso a.d.

In gioco c’è soprattutto l’accordo con la Chinalco, società statale cinese per la produzione dell’alluminio. Dopo le trattative  saltate l’anno scorso, Albanese ha messo in campo il progetto di una joint venture tra le due parti per lavorare insieme in Guinea.

Ancora una volta, l’Africa non è protagonista, ma terreno di azione (e di guadagno) per società straniere. Si fa resto a dire “nuova” economia…

L. Denaro