La cittadinanza ai bambini stranieri segna nuove distanze tra Fini e il Pdl

Si parte dalle stime diffuse ieri a Milano dal Centro internazionale studi famiglia: la popolazione italiana è composta per il 53,4% da nuclei familiari senza figli. Tra coloro (gli intrepidi) che hanno invece deciso di non rinunciare alla gioia dell’essere madre e padre, il report presentato ieri dimostra che il il 21,9% della famiglie italiane ha solo un figlio, il 19,5% due, il 4,4% tre e solo lo 0,7% ne ha quattro.

“Quello italiano è un tasso di natalità da allarme rosso”: ha significativamente notato ieri Gianfranco Fini, presente anche a lui a Milano. Cifre che scuotono e impongono una più attenta riflessione ai rappresentanti politici. L’idea del presidente Fini passa attraverso il contributo di natalità reso nel nostro Paese dagli immigrati e si concretizza in una proposta ben definita: concedere la cittadinanza italiana ai bambini stranieri che nascono nel nostro Paese.

“Non è possibile – ha spiegato il presidente della Camera – negare a dei ragazzi che si sentono orgogliosamente italiani di avere la cittadinanza perché il concetto di patria oggi va pensato in una logica multiculturale e multietnica”.

L’apertura di Fini non viene accolta positivamente dal suo partito di appartenenza e suscita la precisazione di Isabella Bertolini, membro della commissione permanente Affari Costituzionali della presidenza del Consiglio, da mesi impegnata nella risoluzione del problema che riguarda la cittadinanza da concedere agli immigrati. In un’intervista a L’Occidentale, la politica del Pdl dice: “Credo che quella di Fini sia una grande forzatura. La maggioranza del Pdl e la Lega hanno posizioni molti distanti dalla sua e da ciò che vorrebbe la sinistra. In realtà, questa idea di dare la cittadinanza a chi nasce qui e ai bambini che in Italia arrivano piccolissimi apre dei rischi”.

La cittadinanza – spiega Isabella Bertolini – non è un fatto automatico, ma un atto di volontà e, soprattutto, arriva al termine di un percorso di integrazione che va verificato. Non può essere il punto di partenza come invece sostengono Fini e la sinistra. Per questo, abbiamo deciso di non ridurre il numero degli anni previsti dall’attuale legge per ottenere lo status, cioè dieci, ma di renderli certi”.

Non ha dubbi la responsabile della commissione parlamentare: la cittadinanza è un beneficio che va conquistato e non acquisito automaticamente. “Trovo inaccettabile – continua –  l’idea della sinistra ma anche dei finiani che dicono che il minore che ottiene lo status se poi al compimento del diciottesimo anno non lo vuole, può rinunciarvi. Ma che ragionamento è? La cittadinanza non è un bancomat che si dà e poi si restituisce. Noi, invece, intendiamo il percorso esattamente nella direzione opposta: un minore nasce in Italia, cresce, studia, si integra e al diciottesimo anno – conclude Isabella Bertolini – sceglie o meno di chiedere la cittadinanza”.

Maria Saporito