Bari: caso di schiavitù

Un fatto che ci riporta indietro di anni, che sconvolge l’etica comune. Un immigrato tenuto per dieci, lunghi, anni in stato di schiavitù. La Convenzione internazionale del 25 settembre 1926 relativa all’abolizione della schiavitù definisce la schiavitù come lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi.

Il termine “schiavo” deriva da “slavo” e cominciò ad essere utilizzato nel sec.X, quando l’imperatore Ottone I vinse gli slavi e ridusse a schiavitù l’intera popolazione. Esistono tracce di schiavitù già in Mesopotania intorno al 5000 a.C. e si continua a parlarne fino almeno al XVIII secolo (1700) quando, motivi ideali (il riconoscimento, proprio dell’illuminismo, dei diritti naturali dell’uomo) e politico-economici (meccanizzazione del lavoro) furono alla base del processo di abolizione della schiavitù che si concluse due secoli dopo.

Eppure ancora oggi, nonostante l’universale condanna da parte di tutto il mondo, la schiavitù è una realtà del mondo contemporaneo, un fenomeno complesso e in continua evoluzione. Si parla di milioni di vittime che fruttano all’economia mondiale miliardi di dollari. Uomini, ma soprattutto donne e bambini sono soggeti a nuove forme di sfruttamento estremo, violazioni dei diritti umani che hanno ambiti e caratteristiche diversi anche rispetto al passato.

Ed è di ieri la notizia di un indonesiano tenuto in stato di schiavitù per dieci lunghi anni da una coppia di Altamura. L’uomo lavorava in un laboratorio artigianale di falegnameria, in grave condizioni igienico-sanitarie e di disagio psicologico. Arrestati i due coniugi dopo gli accertamenti della Guardia di Finanza.

L’uomo, sfortunato protagonista della vicenda, di 35 anni era costretto a lavorare dalle 8 alle 21 in un piccolo laboratorio. La sera dormiva in una stanzetta senza corrente elettrica e per andare in bagno aveva uno stanzino privo delle minime condizioni igieniche. I due coniugi gli avevano sequestrato i documenti e gli pagavano una cifra irrisoria per il suo lavoro.

Federica Di Matteo