Pedofilia: da Schifani e Frattini, no alle indagni ai danni di Ratzinger

Roma, 27 marzo. Come per rispondere all’inchiesta aperta e pubblicata dal Times in merito ai fatti di pedofilia di cui Joseph Ratzinger sarebbe stato al corrente senza intervenire (a quanto risulterebbe dalle prove apportate dal noto quotidiano), giunge a spezzare una lancia in favore del Pontefice il Presidente del Senato,  Renato Schifani: “Gli attacchi al Pontefice di questi giorni sono inaccettabili e indegni. Lanciare attacchi contro la figura del Santo Padre è un fatto senza precedenti. Il Santo Padre, ha continuato, ha adottato recentemente delle misure decisive contro la pedofilia. Ha assunto delle posizioni rigorosissime, che vanno rispettate ed apprezzate. Ecco perché non capisco e non capiamo il motivo di questi attacchi, che potevano rimanere nell’ambito dei Paesi dai quali sono venuti“.

A parziale spiegazione dei legittimi dubbi sollevati da Schifani, si potrebbe addurre il fatto che il Papa è personaggio di risonanza mondiale, dal momento che i confini di Santa Madre Chiesa vengono dal Vaticano definiti universali. Cosa mai può rimanere, dunque, negli argini di un Paese nel quale la problematica è stata sollevata, quando il protagonista è il Papa? In secondo luogo: le posizioni così rigorose dal Pontefice sono recenti, come già sottolineato dalle stesse osservazioni di Schifani. Cosa c’entra tirarle in ballo, ancorché nobili, quando si parla di fatti avvenuti anni or sono e non conseguentemente denunciati, né impediti nel loro proseguimento? Andiamolo pure a spiegare alle ormai attempate vittime di traumi rognosamente incancellabili: gli alti vertici del Vaticano sapevano, non hanno fatto nulla, l’incubo è continuato, però oggi come oggi ci si pronuncia con durezza in merito.

E se le così rigide posizioni di Papa Ratzinger fossero venute a tempo, calcolate per limitare la portata della “bomba” mediatica che stava per esplodere? Perché, discorsi e dichiarazioni a parte, tutti i magistrati che oltralpe hanno condotto procedimenti giudiziari in merito a gravi fatti di questo genere, hanno lamentato la scarsa collaborazione di questi ultimi anni da parte della Santa Sede. Per motivi burocratici, secondo la scarna giustificazione vaticana. I magistrati, infatti, poco avvezzi con l’etichetta dello Stato indipendente di San Pietro, non avrebbero, secondo la risposta ufficiale data in questi mesi dalla Santa Sede, inoltrato la richiesta passando per i “canali giusti”. Al numero di fax sbagliato, forse? All’ufficio attiguo a quello appropriato? Comunque sia, niente risposta dal Papa: da Sua Santità in persona neanche a pensarlo, e non avremmo osato neanche noi. Ma almeno dalla macchina così imponentemente organizzata di funzionari ed addetti? Men che meno. L’ingenuità dei legali non ha sconfitto il muro di silenzio dei burocrati, e tutto sommato alla fine delle fini il risultato non cambia: risposte zero.

Fino al momento dell’intervento di una macchina più potente di quella giudiziaria, in grado di sconfiggere anche quella burocratica, e tutte le sue giustificazioni di assenza. Parliamo di quella mediatica. Di fronte alla diffusione incontrollata e generalizzata delle notizie – che chiameremmo “fuga”, se non fosse che nessuno teneva le notizie prigioniere, si sa – anche la burocrazia, anche la diplomazia della Santa Sede, e finanche il Papa in persona, risponde.

Ed ecco Ratzinger, ligio al dovere di un Papa, dare delle risposte. Perché finalmente è venuto a conoscenza delle domande, prima per lui così occultate dal destino, o dalla Volontà Divina, che per certi versi dovrebbe esser più congeniale al suo modo di vedere la cosa. Fino a poco tempo fa tutto ciò era inimmaginabile ed oscuro, non se ne sapeva nulla, e dunque grande deve esser stato lo sconvolgimento nell’apprendere certe cose per la prima volta. Ma soprattutto, nell’apprendere il numero di persone che giungevano via via a conoscerle per la prima volta. E comprensibilmente, si è corsi ai ripari. Come fare, anche a voler in buona o in mala fede pensare bene a tutti i costi, a trovare altra motivazione ad una così tardiva dichiarazione di severità, di intervento con linea dura in difesa delle vittime seviziate?

Eppure, con gran stupore di quanti dell’intelligenza ritengono sia una dote che, come la matematica, in alcuni campi  non formula opinioni ma coglie l’evidenza, ecco perfino un uomo di Stato preparato come  il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervenire in favore delle mosse vaticane. Dalla sua pagina del noto social network  Facebook, il Ministro, infatti, dopo aver definito “scandalose e vergognose” le ipotesi di accusa in questione, illustra infatti che “la ricerca di uno scandalismo a tutti i costi oscura la verità e dimentica il coraggio e la trasparenza con cui il Papa, invece, ha affrontato un problema delicato e drammatico. Sono derive di tendenze estremamente pericolose che ignorano i valori religiosi e cristiani con radici in Europa, finendo per attaccare la Sante Sede, il suo messaggio universale ed il Pontefice”.

Ma un procedimento giudiziario riguardante fatti concreti, ed una inchiesta giornalistica inerente ad accadimenti ugualmente circoscritti nel tempo e riguardanti persone ben definite da nome e cognome, sono da considerarsi come attacco alla stessa Santa Sede, al messaggio universale racchiuso in un tipo di Fede, ed al modo di credere di milioni di persone?

E se così è, i principi fondanti della democrazia dove finiscono allora, se su alcuni avvenimenti non si può indagare e chieder conto, senza che domande ed indagini su presunti non ancora appurati fatti vengono marchiate esse stesse dal principio e senza processo con le parole “scandalo” e “vergogna”? E’ l’umile domanda che silenziosamente ci viene da porci oggi.

S. K.