“Non fare il napoletano” si può dire. Anche in un’aula di tribunale

Città che vai , modi di dire che trovi. Di luoghi comuni la nostra penisola è piena e basterebbe, solo per citarne alcune, riportare alla mente le tante dicerie popolari che vogliono – per esempio – i genovesi poco generosi, i romani indolenti e i napoletani reticenti, per comprendere la portata del (mal)costume nazionale. Pregiudizi o valutazioni affrettate si strutturano spesso in schemi asfittici che trascinano nel tempo convinzioni che, quasi mai, hanno motivo di esistere.

Il luogo comune è un processo di generalizzazione che celebra un’insidiosa banalizzazione tesa a cancellare le individualità. Come dire che, anche chi non ha mai messo piede in Sicilia, può sentirsi autorizzato a semplificare la descrizione degli isolani, indicandoli indistintamente come mafiosi.

Così può accadere che i modi di dire prendano il sopravvento sull’effettiva analisi della realtà e si sostituiscano allo “sforzo” di scrutare e scoprire per verificare l’esattezza di determinati “tormentoni”. Ecco perché la decisione della Cassazione del Tribunale di Parma che ha considerato “legittimo” il suggerimento formulato da un giudice a un testimone che lo invitava a  “non fare il napoletano” (alludendo non tanto alle sue origini partenopee quanto alla presunta abitudine di riferire in modo vago) può rappresentare un precedente che merita attenzione.

Comprendiamoci: la macchina giudiziaria del nostro Paese ha ben altri problemi e necessita di un’accurata revisione tesa a migliorarne il funzionamento e i lunghi tempi di percorrenza, ma quando una generalizzazione, figlia di credenze e  sottovalutazioni, fa accesso in un’aula di tribunale, l’episodio – che ai più può provocare un sorriso –  dimostra, a nostro modesto avviso,  uno “sdoganamento” che si muove di pari passo con la generica tendenza a ribasso dei codici comportamentali e linguistici.

Questi i fatti: Ignazia S, si è costituita parte civile nel processo celebrato a Parma a carico di un emiliano che deve rispondere di falsità in atti privati. Nel corso del procedimento, la donna chiama a testimoniare anche un napoletano che si procura una  “strigliata” da parte del giudice di udienza del Tribunale di Parma che lo esorta a “non fare il napoletano”. Un’espressione che non piace al teste campano nè tantomeno alla signora Ignazia che chiede la ricusazione del giudice per aver fatto ricorso a una formula non screva “da contenuto offensivo“.

La  sentenza della Cassazione dichiara inammissibile la protesta, sottolineando che “con riguardo al termine ‘napoletano’ nessun intento denigratorio era ravvisabile, dal momento che il riferimento si inquadrava nel tentativo di convincere il teste a non essere evasivo”. Un semplice invito ad essere più puntuale, insomma, per favorire un più svelto svolgimento del processo in corso.

Se qualcuno dà a me del ‘napoletano’ in quel senso – ha commentato il noto cantautore, Nino D’Angelo – io me lo mangio. Sono allibito: siamo davanti ad un altro esempio che dimostra come questo Paese sia sempre più contro i meridionali. I primi ad insegnare il rispetto dovrebbero essere i magistrati invece così si calpesta la storia di una città. E poi – ha continuato D’Angelo – dare dell’evasivo a un napoletano è già un’offesa. Significa che chiunque utilizzi questi luoghi comuni ha dei preconcetti nei nostri confronti. Il problema è che in Italia non c’è un metro unico per analizzare le cose: dipende da chi le dice. E poi certe cose dette da un giudice: c’è un abuso gratuito“.

Parla di “cattiva abitudine” invece un’altra napoletana doc: l’attrice Marisa Laurito. “Il termine non è certamente denigratorio – ha ammesso – ma è caratterizzante perché quel giudice ha voluto così affibbiare ai napoletani la caratteristica dei perdi tempo. Quella di dare etichette è una lunga storia. Se pensiamo che cosa si dice dei siciliani, o dei torinesi, falsi e cortesì. Anche dei padani si dicono cose inenarrabili. E’ una brutta abitudine – ha concluso la Laurito – tutto qui”.

Maria Saporito