Aperta clinica per curare dipendenza da pc e giochi

È stata inaugurata una clinica il cui obiettivo è quello di guarire chi soffre di dipendenza da web, pc e videogiochi. Si tratta di un nuovo modo di concepire il rapporto dottore-paziente, poiché la clinica è immersa nel verde (ed è prevista una forte interazione ambiente-malato), sono stati aboliti i letti recintati da sbarre e i pigiami stile carcerato. Insomma, la parola d’ordine nella clinica di Brusson, in Valle d’Aosta, è questa: maggiore autonomia del paziente, che, in questo modo, guarirà.

La casa per la salute della mente si trova immersa nel verde, ed è ricca di colori caldi, confortevoli. La struttura è fatta di legno e di vetro, morbida e trasparente, ed è la stessa che in passato ospitava i bambini dei dipendenti Olivetti che vi passavano le vacanze.
Ad avere l’idea di trasformare lo stabile in un centro di cura mentale sono stati Gianni Caprara, un imprenditore cinquantottenne che si occupa oggi di giovani e anziani, Vittorino Andreoli, uno dei più importanti psichiatri italiani, e Giulio Grosjacques, sindaco di Brusson.

Caprara ci tiene a precisare che “non faccio beneficenza. Lavoreremo in convenzione con la Regione Val d’Aosta e altre strutture pubbliche. Pagheranno quello che stabilisce la legge. E ci basteranno quei soldi per continuare a garantire l’eccellenza anche in campo psichiatrico.”
Andreoli, che è anche il direttore scientifico del centro, dichiara: “Per me è un’esperienza che vale il sogno di un vecchio psichiatra che ha diretto un manicomio. Uscire dalla “scienza infelice”, come si diceva una volta.” Lo psichiatra ha dichiarato che questa non è avvertita come una vera scienza, tanto che “l’ultimo strumento tecnologico che ricordo era la cassetta, con cui giravo anch’io, dentro la quale c’era una specie di compasso con cui si misuravano le dimensioni della scatola cranica e si valutavano altri criteri lombrosiani. Se mi fossi automisurato, con queste ossa frontali che ho, con queste sopracciglia esagerate, con questi capelli ingovernabili, mi sarei dovuto autoricoverare in uno di quei manicomi che sembravano fatti apposta per aggravare le condizioni del malato.”

La casa di salute mentale, invece, prevede che il paziente arrivi, attraversando il bosco colorato, in un salone grande e luminoso che non ha confini con lo spazio esterno; qui gli verranno poste alcune domande a mo’ di intervista. Gli sarà assegnata una camera ampia e luminosa condivisa con un altro paziente e al posto delle tradizionali sbarre, il letto sarà circondato da pannelli color pastello.

Angela Liuzzi