Mappato il genoma del tartufo nero: al bando i falsi e le frodi

Per il nostro Paese la commercializzazione del tartufo ha assunto un’importanza sempre maggiore: oltre ad essere il fungo più apprezzato da un punto di vista gastronomico, costituisce una notevole risorsa economica ed un importante fattore di promozione turistico-ambientale. Da anni l’Italia cerca una strada per difendersi dai tartufi contraffatti e tutelare la qualità del suo “oro nero”, icona del cibo raffinato e del gusto sopraffino.

Adesso forse l’ha trovata: merito di una ricerca italo-francese, pubblicata ieri sulla rivista scientifica Nature, che ha permesso di tracciare la mappa del Dna del tartufo nero. Una mezza rivoluzione che renderà più facile la tutela di questo prodotto pregiato, leader del mercato mondiale insieme con il tartufo bianco piemontese. La mappa genetica del tartufo nero di Perigord o Tuber melanosporum, la prima di un fungo commestibile, è stata ottenuta dalla rete di ricerca coordinata dall’Istituto francese per la ricerca in agronomia (Inra) di Nancy, dal gruppo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) dell’università di Torino e Perugia e dalle università di Parma, Torino, Bologna, L’Aquila, La Sapienza di Roma e Urbino.

Una ricerca italo-francese ha mappato il dna del tartufo nero

Ora, spiegano i ricercatori, sarà possibile identificare i tartufi sulla base della loro provenienza, certificando il prodotto e contrastando le frodi. Ogni anno vengono infatti scoperti quintali di prodotti contraffatti, simili al nobile tubero, ma privi delle sue qualità organolettiche, e tutti i tentativi di arginare il fenomeno finora non hanno dato i risultati sperati. L’aspetto molto simile di falsi tartufi, provenienti soprattutto dall’Asia, favorisce le truffe ai danni dei consumatori disposti a spendere tra le 900 e le 2.500 euro per un chilo di questo cibo così raffinato.

Il risultato di questa ricerca durata cinque anni è un tracciato che – spiega Paola Bonfante dell’Istituto per la protezione delle piante del Cnr e dell’università di Torino – «permetterà di avere a disposizione migliaia di marcatori, impronte genetiche che permetteranno di tracciare i tartufi sulla base della provenienza, fornendo una sorta di certificazione del prodotto da usare anche come strumento anti-frode» I marcatori genetici forniranno anche informazioni essenziali sulle regioni del genoma responsabili dell’aroma; la tartuficoltura potrà selezionare individui geneticamente caratterizzati con tratti organolettici particolarmente pregiati. A quel punto fare confusione non sarà più possibile e si potrà perseguire la tutela del patrimonio tartuficolo naturale, per salvaguardarne la biodiversità, e lo sviluppo della tartuficoltura.

La Coldiretti afferma che “con un aumento del 15 per cento delle quantità di tartufo Made in Italy esportate nel 2009 (124mila chili di tartufo esportato), in controtendenza con l’andamento economico generale, la mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali del tartufo e per proteggerle dai tentativi di modificazione genetica e clonazione che sono in atto in Paesi come la Cina”.

Adriana Ruggeri