Pd nella tempesta: la “difesa” di Bersani non convince Veltroni e Franceschini

Si profilano tempi bui per il Pd e per il suo segretario, alle prese con un dopo-voto che ha di fatto disegnato una nuova mappa nazionale, strappando alla coalizione di centrosinistra regioni importanti come la Campania, il Lazio o la Calabria. Tempi di accese discussioni interne, animate da una parte dagli esponenti dell’Area democratica, guidata da Dario Franceschini e Walter Veltroni, e dall’altra dal segretario Bersani e dai dirigenti che tentano di approntare una pallida difesa della linea politica fin qui sostenuta.

Non canto vittoria – ha ieri detto in conferenza stampa lo stesso Bersani, commentando i dati delle ultime elezioni – ma non siamo neanche sconfitti. A gennaio nessuno avrebbe scommesso su un sette a sei, se guardiamo ai dati delle coalizioni dalle europee a oggi abbiamo dimezzato la distanza dal centrodestra. Il Pdl perde il 4,3% sulle europee e il 5,5 sulle politiche, il Pd ha preso il 26% ma arriva al 27,4% sommando i voti andati alle liste dei presidenti. È falso poi che siamo scomparsi al Nord e il voto alla Lega – ha precisato – è un voto contro Berlusconi”.

Non solo, il segretario dei democratici ha anche sottolineato l’intenzione di mantenere invariate le alleanze con l’Udc e manifestato la volontà di aprire a “tutte le forze politiche che pensano che le regole vengono prima anche del consenso”. Parole che hanno suscitato i rumoreggiamenti dei democrats (aderenti all’area interna al Pd vicina a Veltroni e Franceschini), poco propensi a riconoscere nell’esito delle ultime tornate elettorali segnali positivi e confortanti.

La linea politica di Bersani è fallita – ha commentato ieri Dario Franceschini con alcuni fedelissimi – l’ossessione delle alleanze ci porta al disastro. La prossima volta che facciamo, chiamiamo al tavolo anche Beppe Grillo? I dati sono chiarissimi: il Pd è sotto il risultato delle europee. Per di più con un partito unito, compatto. Figurarsi: ho persino digerito la candidatura sbagliata della Bonino – ha proseguito l’ex segretario – Il Pd è irrilevante al Nord, cancellato al Sud. E la strategia dell’intesa con l’Udc è miseramente naufragata. Casini governa con il Pdl in Campania, Lazio e Calabria. Quando mai farà un patto con noi a livello nazionale?”.

Non bisogna fare processi – ha invece detto Walter Veltroni, ricorrendo al solito frasario più “moderato” – ma neanche sottovalutare un risultato elettorale così grave. Sarebbe sbagliato identificare l’astensionismo solo con la rabbia, c’è anche gente sfiduciata perché non vede un’alternativa credibile a Berlusconi”. Alle loro parole si sono aggiunte quelle di Giorgio Tonini che ha descritto un quadro sconfortante per il partito guidato da Bersani. “L’Emilia – ha iniziato – si sta nordizzando. Nel frattempo che facciamo, discutiamo per mesi di Casini, Vendola e Di Pietro? Il Pd ormai è il partito della spesa pubblica, non parliamo ai ceti produttivi, dobbiamo ricominciare daccapo. Bersani resti al suo posto ma non si chiuda a riccio“.

Sul maggior partito di opposizione sembrano, insomma, muoversi venti minacciosi, anticipatori di una tempesta rovinosa che, secondo l’analisi dei catastrofisti, comporterà traumatici cambiamenti. Le marcate distanze all’interno del Pd hanno infatti già avviato un meccanismo suicida, impernaito sul “rimpallo” continuo delle responsabilità legate all’innegabile fallimento.

L’analisi più lucida, giunta a conclusione della tormentata giornata di ieri, è forse stata quella di Antonello Soro. “Se tutti – ha iniziato – abbandonassero le rispettive storie personali, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Fioroni, se ci fosse un sussulto di generosità, Bersani potrebbe guidare il partito riscoprendo lo spirito degli inizi, l’idea di parlare a tutto il Paese senza delegare ad altri pezzi di elettorato. Ma temo che in questo partito – ha concluso – uno sforzo del genere non lo vedremo mai“.

Maria Saporito