Biocarburanti: inquinanti e aggravano la fame nel mondo

Roma, 2 aprile. Quando si dice armi a doppio taglio, l’economia globale insegna sempre molto. Secondo i dati ora diffusi dagli studiosi, il vorticoso sviluppo della diffusione dei biocarburanti sul mercato internazionale dei biocarburanti, ritenuti una ottima strategia per quanto riguarda la lotta all’inquinamento, ha in realtà, a ben guardare, un impatto imprevisto  sulla sicurezza alimentare e l’ambiente. Per l’esattezza, dicendola senza mezzi termini, sarebbe una delle cause che contribuiscono in maniera incisiva alla fame nel mondo.

Questa riguardante l’emergenza alimentare è l’accusa principale presente nel rapporto stilato da ActionAid. “Chi paga il prezzo dei biocarburanti”, è il significativo titolo della relazione appena diffusa, non sappiamo ancora con quali risultati, commenti  e risonanze internazionali.

L’impiego di biocarburanti ha insomma, secondo il rapporto di ActionAid, un impatto potente, e purtroppo in modo pessimo, sulle popolazioni del Sud del mondo. Ma veniamo all’analisi delle cause e delle modalità secondo cui questo genere di carburante si renderebbe responsabile di tale flagello mondiale. Stando alle stime pubblicate dalla Banca Mondiale,  la produzione di biocarburanti è responsabile per il 75% dell’aumento dei prezzi. Proprio questo aumento ha portato, a detta degli esperti internazionali di ActionAid,  alla crisi alimentare.

Lo spasmodico accaparramento di biocarburanti da parte di molte nazioni degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa avrebbe dunque alterato molto significativamente i vari mercati di prodotti alimentari.

Da notare anche un aspetto pratico di cui poco si tiene conto nei paesi industrializzati, per mancanza di informazione su ciò che concerne assetti istituzionali da noi lontani, ed organizzati in maniera differente da quelli dei nostri Paesi (sembra che, in questo caso, la mancanza di informazioni sia spesso reciproca, fra le nazioni più sviluppate e quelle in via di sviluppo). Le popolazioni locali dei paesi dove si producono questi carburanti sono direttamente coinvolte nella situazione: spesso, infatti, le multinazionali del settore li producono in nazioni organizzate da governi con regimi non democratici, che nell’accettare di far spazio alle piantagioni necessarie ai Paesi produttori, procedono a regolari (per loro) espropri di terreni, anche senza nessun indennizzo adeguato. E non è certo il produttore di moderni carburanti “ecologici”, che sta a guardare il risultato prodotto dall’affare sugli affari altrui.

Da riconsiderare, dunque, sarebbero un po’ tutti i termini della questione. I biocarburanti inizialmente sono stati considerati, non a torto sotto certi punti di vista, come parzialmente risolutivi dei mondiali problemi ambientali e climatici, in quanto caratterizzati da minori emissioni nocive rispetto ad altri tipi di alimentazione.

Considerata però nella sua globalità, la produzione di biocarburanti offre per il clima dei vantaggi che sono stati definiti marginali o addirittura inesistenti dalle nuove ricerche. Il gioco, insomma, non vale la candela, ed ora andiamo a vedere come mai.

Prendiamo, a titolo di esempio, il caso dell’Italia. Il Bel Paese è infatti uno dei principali produttori di biocarburanti, detenendo circa il 3% del totale dei combustibili che servono all’autotrazione, e questa percentuale è fino a questo momento destinata, in teoria,  ad aumentare. Per adeguarsi agli obiettivi europei  nel settore trasporti, sarebbero necessari  2,2 milioni di ettari di superficie da adibire all’agricoltura, per un’estensione dunque che, per meglio rappresentarcela, può esser considerata delle dimensioni dell’intera regione Toscana, ad esempio. Nell’intero Paese, invece, sono disponibili alla coltivazione agricola solo 0,6 milioni di ettari. Conseguenza inevitabile, se si voglia produrre biocarburanti, è dunque il ricorso alle importazioni. Ottimo, vien da pensare: e noi, importeremo. Ma il vantaggio dal punto di vista  ambientale, invece, va a decadere a quel punto, in modo tale da rendere l’intero affare non più “ottimo” come poteva sembrare. Il necessario trasporto dei prodotti agricoli dai Paesi  di produzione ai luoghi di trasformazione industriale delle materie prime rende l’affare nel suo complesso inquinante oltre il previsto.

Nel  resto d’Europa, ovviamente, la problematica è esattamente la stessa. Nelle migliori delle ipotesi considerate si è stimata la disponibilità all’interno dei confini nazionali di circa 9 milioni di ettari di terreni su 17 milioni necessari.

Simone Olivelli