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Bevi Coca-Cola? Potresti diventare sterile

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La Coca-Cola, la bevanda più conosciuta nel mondo, quella stessa bevanda che si beveva addirittura nel 1890, e che fu inventata nel 1886 ad Atalanta dal farmacista statunitense John Stith Pemberton, che la ideò come rimedio per il mal di testa, rischia di diventare la tomba della fertilità.

Ebbene sì, questa bibita così rinfrescante può essere considerata una delle principali cause dell’infertilità maschile: certo, questo avviene quando il consumo è eccessivo, smodato.

La notizia che per alcuni, i fanatici, può essere un vero shock, arriva dalla Danimarca. È nella patria delle pari oppurtunità che è stata fatta la scoperta. A giungere a questa conclusione sono stati i ricercatori danesi guidati dalla dottoressa Tina Kold Jensen presso il Rigshospitalet di Copenhagen.
Gli studiosi sono stati in grado di dimostrare scientificamente che un uso eccessivo della bevanda provoca sterilità: è stato analizzato, difatti, un campione pari a 2500 giovani uomini. Ebbene, coloro che bevevano grandi quantità di Coca-Cola al giorni avevano una drastica riduzione degli spermatozoi.

Nello specifico, dallo studio è emerso che coloro che consumano circa un litro di Coca-Cola al giorno rischiano di avere una riduzione di spermatozoi presenti nel liquido seminale pari addirittura al 30%.

La Coca-Cola, però, provoca questi danni specialmente se accompagnata da cibi sbagliati. L’equipe di ricercatori guidati dalla Kold Jensen, ha dimostrato, infatti, che gli uomini che consumavano sì Coca-Cola ma in maniera non eccessiva e accompagnando l’uso della bevanda con cibi sani ed equilibrati, seguendo, insomma, una dieta buona, presentava circa 50 milioni di spermatozoi per millimetro.
Coloro che, invece, non solo esageravano con la bevanda, ma associavano ad essa un’alimentazione scorretta e uno stile di vita non sano, presentavano 35 milioni di spermatozoi per millimetro.
I ricercatori, dunque, si sono affrettati a dichiarare che la minaccia della fertilità non è legata tanto alla caffeina contenuta nella bibita, quanto al cibo che l’accompagna.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista American Journal of Epidemiology.

Angela Liuzzi