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L’attività fisica durante la gravidanza riduce il rischio di obesità nei neonati

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“Una moderata attività fisica in gravidanza favorisce una lieve riduzione del peso del bambino alla nascita, contribuendo così a ridurre per il nascituro il rischio di incorrere in obesità in età adulta”. Questo è quello che emerge da uno studio condotto in collaborazione tra un gruppo di ricercatori dell’Università di Auckland (Nuova Zelanda) e uno della Northern Arizona University (Usa) e pubblicato sul “Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism”, rivista specializzata in endocrinologia.

“Grosse dimensioni alla nascita sono spesso correlate a un aumentato rischio di obesità, per cui l’esercizio fisico risulterebbe salutare non solo per la madre, ma anche per il bambino” è invece il commento di Paul Hofman, endocrinologo pediatrico del Starship Hospital di Auckland, a capo dell’equipe di ricercatori che ha condotto lo studio.

La ricerca è stata svolta su un gruppo di 84 donne incinte alle quali è stato chiesto di svolgere attività fisica con delle cyclette. La metà delle future mamme ha dovuto affrontare ben cinque sessioni da 40 minuti di allenamento alla settimana fino alla trentaseiesima settimana di gravidanza. La metà rimanente invece è stata presa in considerazione come termine di paragone per i risultati. Tutte e 84 le donne sono state testate per la loro sensibilità all’insulina, l’ormone fondamentale che regola l’uso dello zucchero del corpo.

Una volta nati i bambini si è potuto constatare che nei casi delle mamme che hanno svolto la regolare attività fisica richiesta i nascituri pesavano in media 143 grammi in meno rispetto ai figli delle donne utilizzate come riferimento di controllo. In entrambi i casi l’attività fisica non ha avuto alcun impatto ne sulla resistenza all’insulina ne sul peso corporeo delle neomamme.

La scoperta risulta di grande importanza soprattutto se si analizzano i dati sull’obesità infantile relativi ai paesi sviluppati: dal 1976 ad oggi i casi di obesità riscontrata in bambini che vanno dai 6 ai 12 anni sono più che duplicati passando dal 7 al 15%. In Italia le regioni maggiormente colpite da questo fenomeno sono la Toscana, l’Emilia-Romagna, la Campania, la Puglia e la Sicilia.

di Roberto D’Amico