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Malasanità: donna resta invalida dopo l’asportazione di un seno

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Ha dell’incredibile la storia raccontata da una donna 47enne davanti alle telecamere della trasmissione “Mi manda Rai3“.Maria Antonietta M., residente in un paesino della provincia di Como, ma originaria di Foggia, si era trasferita al Nord ed ha lavorato come badante fino a circa 3 anni fa, quando scopre un nodulo sul suo seno sinistro.

Iniziati gli esami di accertamento, prima da un medico privato ed in seguito all’ospedale di Saronno, dove effettua sia un’ecografia mammaria che una mammografia. Quest’ultima dà esito negativo, il nodulo quindi sarebbe benigno, ma nell’altro esame il risultato è incerto. Inoltre, al momento del ritiro degli esami, dai quali esce una diagnosi di “cellule tumorali maligne”  il seno indicato è quello destro.

Cercando altri riscontri si la donna si rivolge alla clinica Macedonio Melloni di Milano, dove viene visitata da ben due professori.  A metà Luglio viene ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli, sempre nel capoluogo lombardo, dove le viene praticata l’asportazione del seno.

E’ poi il chirurgo plastico, dopo due settimane di ricovero che la informa della mancanza assoluta di patologie tumorali maligne nei tessuti asportati. In conseguenza della stessa operazione la vittima rimane invalida al 50% con la relativa impossibilità di riprendere il suo lavoro di badante.  Maria Antonietta ha deciso di portare in causa  entrambi gli ospedali. Due sono anche le cause in realtà, una di natura civile e una che sconfina nel penale.

L’avvocato Paolo Vinci,  difensore dell’ospedale di Milano e di uno dei dottori, spiega, come riportato da Repubblica.it che gli stessi procuratori sarebbero concordanti nel dire che con le diagnosi effettuate all’ospedale di Saronno, che sembravano dare esiti certi ( cosa che però la vittima appare contestare), sarebbe stato impossibile per i medici del secondo ospedale decidere di non operare.

Il problema starebbe quindi nell’accertamento delle responsabilità della diagnosi errata. Non vi è dubbio che, è buona norma quando si svolgono degli accertamenti, nel caso sia possibile, farsi seguire sempre dallo stesso medico, o perlomeno dalla stessa struttura, in modo da non “disperdere” la questione.

Di contro, anche il sentire pareri differenziati ed indipendenti è spesso una pratica che dà risultati estremamente positivi. Il bug nel sistema potrebbe forse risiedere in un’ipotetica eccessiva fretta di alcuni medici, forse anche dettata dai troppi casi ai quali devono dare risposta, prescrivere esami, effettuare diagnosi e fornire un’eventuale terapia.  La necessità di fare tutto in tempi relativamete brevi e su un numero di pazienti sicuramente eccessivo, potrebbe avere un effetto negativo sulle “capacità quotidiane” dei medici, inducendoli involontariamente all’errore. Al di là di questo resta evidente la necessità dell’intervento della magistratura in casi di diagnosi palesemente sbagliate o, altresì, in situazioni d’incertezza dalle quali però è risultato essere stato arrecato un danno  ai pazienti.

A.S.