Caro Bersani, che si fa?

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Sembrano essere in molti a chiederglielo; dopo l’oggettiva sconfitta, pur non catastrofica alle ultime elezioni regionali e  la difficile difesa d’ufficio, ma probabilmente anche di cuore, che ha dovuto tenere, Pierluigi Bersani, leader, non più così indiscusso (com’era ovvio, dopo il risultato delle votazioni) di quello che a dispetto di quel che dice qualcuno, resta di gran lunga il maggior partito di opposizione, è (rimasto) “incastrato” nelle maglie della ricostruzione.

L’aver conservato 7 regioni sulle 11 precedenti ha sicuramente influito sul modo di giudicare le capacità di leadership di Pierluigi Bersani e questo sembra aver contribuito a spaccare ulteriormente il PD in correnti diverse, seppure queste stesse correnti, pur critiche, non si rivelano essere nemiche.

In ogni caso, alla guida della “fazione avversa” ci sarebbero Walter Veltroni e Dario Franceschini, di “area democratica”, ma è da citare anche la lettera spedita a Bersani da 49 senatori subito dopo il deludente risultato delle elezioni del 28-29 Marzo:

“… s’impongono, da parte di tutti noi, una maggiore generosità nell’impegno, una più partecipata attività politica ed una nuova consapevolezza riguardo l’effettiva portata dell’emergenza democratica in cui viviamo”. Nessuna critica esplicita, ma uno dei punti nodali, richiamato da diverse parti, sembra essere quello della “lontananza dal territorio“. Il PD non sarebbe più radicato come una volta e questo ne avrebbe determinato la sconfitta, facendo, di conseguenza ( si potrebbe dire) trionfare la Lega di Bossi, la quale sicuramente non è afflitta da un simile problema.

Sulla stessa linea Chiamparino, sindaco del capoluogo piemontese e  grande (auto) escluso delle ultime consultazioni:

“Si è perso il rapporto col territorio – dice –  bisogna lavorare in squadra per la costruzione di un profilo alternativo al centrodestra partendo dal programma”, aggiungendo però che “non serve a nulla aprire la caccia al segretario”, ma serve invece “fare quadrato”.

Anche   Nicola Zingaretti la pensa più o meno allo stesso modo : “Il centrosinistra non ha un’identità dai tempi dell’euro”, e quindi  il PD dovrà ripartire quasi da zero, ma  allo stesso tempo non  possibile incolpare l’attuale leader che  “in due mesi” non avrebbe potuto  “produrre (migliori) risultati”.

Un altro problema però, non di poco conto, sembra risiedere nell’area cattolica (inzialmente) facente parte del PD. L’uscita dal partito di esponenti di spicco referenti di tale area come Paola Binetti, e Francesco Rutelli (pur che i due interpretino  con gradi diversi il “cattolicesimo politico“), ha probabilmente confuso le menti di non pochi elettori, se poi ci si aggiunge il sostegno dichiarato alla candidatura di Emma Bonino nella Regione Lazio, Vice-Leader dei Radicali ( che è mancato poco che vincesse, tra le altre cose), ecco che il quadro che ne esce risulta una sorta di puzzle composto da milgiaia di pezzi, che potranno essere messi insieme solo da un ottimo esperto in materia. Tralasciando, comunque, le forti pressioni alle quali il PD è soggetto dal “guerriero Tonino” che ha già fatto sapere, a nome di tutto l’IDV, che  il principale partito d’opposizione dovrà “cambiare rotta”.

Pierluigi Bersani dovrà ora dimostrare di essere questo esperto, o perlomeno di poterlo essere,  ricucendo gli strappi e scegliendo le alleanze “giuste” ( non quindi tutte quelle possibili) per creare un’alternativa forte al centro-destra nei tre anni che rimangono a disposizione, prima delle “cerbere” elezioni politiche.

A.S.