Camicie rosse contro il potere in Thailandia

Decretato lo stato d’emergenza in Thailandia. Ormai, quasi un’abitudine, il quarto in due anni, simbolo di un’instabilità politica che nessuna repressione può ordinare.

Da marzo proseguono i disordini per reazione al congelamento del patrimonio dell’ex premier Thaksin, accusato di evasione fiscale e corruzione, deposto da un golpe nel 2006; queste manifestazioni sono sfociate sabato scorso nell’occupazione del centro di Bangkok, fino allo sfondamento delle transenne a protezione del Parlamento.

Da sfilate ordinate con bambini di 50 mila persone, i manifestanti sono passati all’azione per richiedere nuove elezioni, contro il Presidente Abhisit Vejjajiva, ma soprattutto contro la monarchia, colpevoli di lavorare a una riforma costituzionale per limitare il voto popolare. A nulla sono valse le promesse del Premier di portare il paese alle elezioni entro un anno perchè ormai i sostenitori di Thaksin richiedono immediatamente un nuovo Governo, per la bruciante esperienza del 2008 che li aveva portati a rinunciare al potere, dopo elezioni vinte democraticamente per le proteste dei monarchici.

Abhisit Vejjajiva ha, quindi, richiesto lo stato d’emergenza e il conseguente intervento dell’esercito per riportare il paese alla stabilità, dopo le immagini della fuga dei parlamentari costretti a rifugiarsi sui tetti per sfuggire all’assedio. Tuttavia, l’ordine del Premier rimane difficilmente applicabile, sintomo della intricata matassa politica che si è creata.

L’intervento dell’esercito, infatti, porterebbe a una dura repressione che gli Alti ufficiali non vogliono per una questione di bilanciamento dei poteri e dell’alta probabilità che proprio Thaksin riprenderà le redini della politica thailandese. Per questo, non si vuole neanche applicare il mandato d’arresto spiccato e non attuato per i dieci leader della protesta, i quali hanno annunciato le estensioni della protesta in tutto il paese, previste da oggi.

Questa situazione non potrà durare ancora a lungo mentre la Borsa perde il 3.5% e i siti web e le televisioni dell’opposizione sono state sospese.

Uno stato di sospensione, quindi, fonte di profonda instabilità.

di Fabiana Galassi