Ginnastica nelle carceri per prevenire le malattie dei detenuti e ridurre la spesa sanitaria

Portare la ginnastica nelle carceri per ridurre le malattie tra i reclusi e la spesa sanitaria nazionale. Questa è la tesi contenuta in un libro intitolato “L’attività motoria nelle carceri italiane” scritto dal prof. Ario Federici dell’Università di Urbino e da Daniela Testa, esperta di ginnastica posturale, con una prefazione di don Luigi Ciotti. Il volume muove dall’esperienza di un progetto innovativo che gli studenti della Facoltà di Scienze motorie dell’ateneo stanno portando avanti nel carcere di Fossombrone (nelle Marche), e che vuole diventare un modello per l’Italia intera.

Secondo gli autori, l'attività fisica ridurrebbe le patologie dei carcerati

Lezioni di educazione motoria a scopo preventivo hanno dimostrato che i detenuti che praticano attività fisica vengono colpiti meno da patologie come mal di schiena, dolori cervicali e articolari, ansia. Perdita dell’equilibrio, nonché di udito e olfatto, riduzione della capacità respiratoria, indebolimento del sistema cardiovascolare e della struttura ossea: questi sono gli effetti maggiormente devastanti che l’ozio e l’inattività legati alla permanenza in carcere producono sul fisico dei detenuti.

“Il carcere è il logo dell’ipocinesia, ovvero della mancanza di movimento che porta alla devastazione della persona, abituata a passare ventidue ore al giorno in una cella di tre metri per due – spiega il professor Ario Federici -. Da qui l’idea di un progetto per contribuire a migliorare la vite dei detenuti, portando benefici anche in termini di riduzione della spesa sanitaria e di organizzazione della vita carceraria”. Oltre ad abbassare i costi sanitari dei detenuti (un detenuto costa allo Stato fino al doppio rispetto a un cittadino libero), l’idea potrebbe prevenire problemi anche in situazioni di sovraffollamento. Tale situazione si pone la necessità di sviluppare e potenziare l’attività motoria all’interno dei penitenziari, istituzionalizzando la figura dell’educatore fisico come componente stabile del trattamento rieducativo. Questo libro analizza il pianeta carcere e si pone come strumento formativo e informativo per chiunque voglia intraprendere un percorso professionale all’interno dei penitenziari italiani nel campo dell’attività motoria e non solo.

“Questo è il nodo e l’imperativo: riconsegnare alla società una persona responsabilizzata e cosciente, capace a sua volta di restituire positività – si legge nel contributo di don Ciotti -. Ciò è possibile se quella persona in carcere non si è ammalata, avvilita e incattivita; se davvero il territorio e le istituzioni riescono ad accogliere e a essere comunità, non solo insieme di regole, pur necessarie. Una comunità che riconosce e si prende cura delle sue “parti” malate, invece di distruggerle finendo così per danneggiare e impoverire se stessa”.

Adriana Ruggeri