Gelo Berlusconi-Fini, reazioni e conseguenze politiche

Le reazioni alla bomba politica esplosa con la notizia del gelo sceso a tavola fra Berlusconi e Fini non si fanno attendere. Tra i primi a rompere gli indugi è il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, secondo il quale “per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani”. Secondo Pier Luigi Bersani i due “non hanno idee collimanti”: intervistato al Tg3 il segretario del Pd ha espresso la propria proccupazione per la cattiva lena che potrebbe prendere la via delle riforme. “Ci sono problemi nel centrodestra, non è novità. Nonostante tutto quello che si dice, noi siamo in grado di avanzare una proposta sulle riforme costituzionali, il centrodestra non è in grado. Questa è la realtà. E noi – ha aggiunto Bersani – abbiamo qualche idea sui temi economici e sociali, la destra non ha idee collimanti convergenti. Questo è un guaio per la destra, ma anche per il Paese. Temo che noi riforme non ne avremo“.

Tra le conseguenze alla formazione del gruppo autonomo dei finiani, c’è da mettere sicuramente in conto il balletto che dai numeri potrebbe portare ad un clamoroso sconvolgimento della mappa politica: gli ex parlamentari di An presenti nel gruppo del Pdl alla Camera, infatti, sono in tutto una novantina su 270. E di questi, i finiani di stretta osservanza sarebbero circa 30. Al Senato la  componente della vecchia Alleanza Nazionale ammonta a 47 unità (su 144 totali), una dozzina circa quelli più vicini al presidente della Camera.

La corsa alle calcolatrici è dunque già cominciata: considerando che alla Camera attualmente la maggioranza può contare su 270 voti del Pdl, 60 della Lega, 2 tra repubblicani e popolari del gruppo misto e 9 dal Mpa, e che al Senato il Pdl conta 144 onorevoli, 26 i leghisti, e qualche Mpa, alla nuova formazione parlamentare potrebbero bastare una trentina di deputati e meno di 15 senatori per complicare la vita al governo, se non a farle mancare addirittura la maggioranza dei voti in parlamento. E la prima occasione utile potrebbe già presentarsi con l’esame dei disegni di legge sulla giustizia.

Vincenzo Marino