Emergency: ancora caos sulle presunte trattative

La situazione di Matteo Dell’Aira, Matteo Pagani e Marco Garatti – i tre volontari di Emergency arrestati più di una settimana fa dai servizi segreti afgani a LashkarGah – potrebbe giungere oggi a una soluzione. E’ questo l’ultimo incoraggiante aggiornamento che giunge da fonti di governo italiano che riferiscono di “movimenti” a Kabul (dove i tre sono detenuti) che potrebbero portare a una definitiva risoluzione del complesso caso.

Spiragli ancora non confermati e che vanno per questo acquisiti con la massima cautela per non destare speranze che potrebbero poi essere tristemente disilluse. L’auspicata soluzione (la scarcerazione dei tre operatori?) – viene spiegato ancora dalle fonti – sarebbe frutto del pressing del governo italiano e del contingente militare, che avrebbero dovuto affrontare non poche difficoltà nella “trattativa” avviata con gli apparati afgani.

La notizia non ha però trovato conferma nè da parte di Rangin Spanta – portavoce del consigliere per la Sicurezza afgana, incaricato di occuparsi con tempestività della situazione dei tre italiani detenuti a Kabul – nè dal portavoce del Procuratore generale dell’Afghanistan, Abdullah Ibrahim Gil, che ha dichiarato: “Non abbiamo ricevuto documenti riguardanti il caso di Emergency e per questo non possiamo dichiarare nulla”.

Lo scetticismo per le buone notizie anticipate (forse incautamente) dalle fonti diplomatiche italiane rimane quindi al momento un imperativo. Tra le tante congetture che contribuiscono a rendere la vicenda dei tre volontari italiani di Emergency (e dei loro 6 colleghi afgani) sempre più complicata, rimane intanto la cronaca (reale) della manifestazione che si è svolta ieri a Roma, in una piazza San Giovanni gremita di  50 mila persone, unite da un’ unica voce: “Io sostengo Emergency” e da una speranza  pretesa con forza: “Liberateli presto!”.

“Li vogliamo liberi subito – ha rimarcato dal palco Cecilia Strada, presidente della Ong – ma devono tornare liberi e innocenti. Non accetteremo che resti la minima ombra sul loro operato. Non deve passare il messaggio che sono stati cacciati dall’Afghanistan o che c’è stata una soluzione politica”.

“La vera forza di Emergency – ha spiegato la figlia di Gino Strada – sono i cittadini. Non avevamo dubbi che saremmo stati sommersi da cittadini che non sono ignoranti o stupidi, che non si fanno infinocchiare da ciò che leggono sui giornali ma hanno le loro opinioni“. E la voglia di scendere in piazza per manifestarle.

Quando il fondatore di Emergency è salito sul palco, ha ricordato il sostegno delle forze politiche internazionali e degli organismi, impegnati per la liberazione dei tre operatori italian e dei sei afgani: “L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan, Staffan De Mistura – ha detto il chirurgo – ha annunciato il sostegno a Emergency e ha detto che l’Onu e la nostra organizzazione lavorano insieme per la libertà dei nostri operatori. Ne siamo contenti“.

“Il vice presidente dell’Afghanistan, Massud, il ministro della Difesa, quello degli Interni e tanti leader afgani – ha continuato il fondatore di Emergency – si sono detti dalla nostra parte. Ci hanno detto che quest’affare è una montatura e che Emergency non c’entra. Gli afghani lo sanno e hanno paura di perdere l’ospedale ed Emergency”. Non c’è stato spazio nel suo intervento per il governo italiano; un’ “assenza” pesante  con la quale il fondatore di Emergency ha voluto mandare un chiaro messaggio a tutti quei politici che, nelle concitate ore del dopo arresto, hanno ostentato un’eccessiva cautela nel palesare il loro sostegno, la loro ferma posizione in difesa dei tre volontari. E  all’organizzazione che essi rappresentano.

Un “tentennamento” condannato e rinnegato dal silenzio “urlato” ieri da Gino Strada all’indirizzo dei 50 mila supporter di Emergency. “Spero di avere notizie positive dei tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan nei prossimi giorni – ha concluso ieri Cecilia Strada dal palco di piazza San Giovanni – ma se non saranno liberi entro sabato prossimo, ci ritroveremo di nuovo qui in piazza“. Le note di “Il mio nome è mai più”, la canzone pacifista firmata da Ligabue, Jovanotti e Piero Pelù nel 1999 per dire no alla guerra nel Kosovo (e a tutte le guerre in generale) ha infine accompagnato la lenta smobilitazione del “popolo bianco”; della gente che sostiene Emergency e spera nell’ imminente liberazione dei due Matteo e di Marco. E nella loro doverosa “riabilitazione” da parte della politica prudente.

Maria Saporito