Iraq sempre più instabile

Non c’è pace in Iraq. Dopo l’annuncio della nuova conta dei voti nei distretti di Bagdad, condizione positiva e di verifica ma certo segno d’instabilità politica e l’annuncio della morte dei due leader militare Abu Ayyub al Masri e politico Abu Omar al Baghdadi, di Al Qaeda nel paese, arrivano le stragi di civili.

Lunga la lista degli attentati. Tre autobomba sono esplose nel centro della capitale, due contro la sede di un movimento radicale e una terza in un mercato a Sadr City, davanti agli uffici del leader radicale sciita Moqtada Al Sadr. Altri tre attentati, tutti scoppiati verso le 12.30 ora locale, hanno preso di mira tutte moschee sciite, affollate per la preghiera rituale del venerdì, Abdel Hadi Chalabi nel quartiere settentrionale Hurriya, di Mohsen al-Hakim a al-Amine nella parte orientale della capitale e al-Sadrein a Zaafaraniya, nel centro della città.

Altre bombe sono state fatte esplodere nella provincia occidentale di Anbar e sette persone sono rimaste uccise. Significativa la scelta di questa zona, nucleo dell’insurrezione sunnita dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e successivamente pacificata grazie a milizie di controllo ostili alle forze di al Qaeda.

Il bilancio è ancora provvisorio, ma i numeri del Ministero dell’Interno stimano al ribasso 68 morti e oltre 112 feriti.

Inoltre, un’intera famiglia, secondo quanto riferisce il sito informativo locale “al-Sumaria news”, è stata sterminata questa mattina nella zona di al-Khalidiya, nella parte occidentale della provincia sunnita irachena di al-Anbar. I membri della sicurezza locali e le loro famiglie non sono estranei alla violenza mai risolta nel paese. Il bilancio degli attacchi è di sette morti e 10 feriti.

Apparentemente, fuori dal controllo di Al Qaeda, l’Iraq sembrava pacificato e sotto il controllo dei militari statunitensi e iraqueni, formati per essere autosufficienti. La tattica di Al Qaeda è di dimostrare, invece, il perdurare dell’instabilità del paese, rendendo impossibile di fatto il ritiro promesso da Obama a metà agosto e, di conseguenza, continuare a rinsaldare malesseri per la presenza statunitense nell’area.

di Fabiana Galassi