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Thailandia: morti a Bangkok, scontri fra camicie rosse e polizia

 

Notizie di segno opposto arrivano dalla Thailandia, segnata da lunghi e duri scontri tra le forze dell’ordine schierate dal governo in carica e i manifestanti, fedeli a Thaksin Shinawatra, premier allontanato nel 2006 dopo un colpo di stato.

Le camicie rosse hanno negato di essere responsabili degli ultimi scontri che avrebbero causato tre morti e oltre 80 feriti.

 

 Il governo guidato da Abhisit Vejjajiva ha definito i manifestanti come “terroristi” e ha assicurato che essi saranno catturati e puniti, anche con la pena di morte.

Gli appelli alla riconciliazione, o almeno a un più pacato confronto, espressi da molti governi e dalla comunità internazionale sembrano quindi caduti nel vuoto. Anche il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva chiesto a entrambe le fazioni in lotta di confrontarsi politicamente, non con la violenza.

Bangkok vive una momentanea tregua, alimentata da alcune dichiarazioni che riaprono la strada per un possibile confronto.

Veera Musikapong, guida delle camicie rosse, ha affermato di essere disponibile a trattare con il governo. Non si chiede più l’immediato scioglimento del parlamento, lasciando un mese di tempo per metterlo in atto; sull’altro piatto della bilancia, però, c’è la richiesta di un’inchiesta imparziale per far luce sulle responsabilità degli scontri avvenuti il 10 aprile e nella giornata di ieri e del ritiro delle forze dell’ordine.

 

Anche il generale Anupong Paojinda, capo dell’esercito thailandese, ha rilasciato parole distensive, affermando che le forze armate sono al servizio del popolo e dell’unità del Paese. La violenza, ha detto il suo portavoce, non è la soluzione giusta per uscire dalla crisi.

Meno sorprendenti, ma positivi, sono gli appelli di alcuni esponenti della Chiesa cattolica a partire da monsignor Chamniern Santisukniran, presidente della Conferenza episcopale thailandese. La Chiesa non deve appoggiare nessuna delle parti in lotta, questa è la posizione ufficiale emersa; non si nega però che le tensioni di queste settimane non abbiano divisi anche i cattolici.

In questo scenario estremamente conflittuale si potrebbero inserire oggi i cosiddetti “no colours”, filo-monarchici avversari dei “rossi” che protestano per le strade della capitale.

 

L.D.