Arrivano miglioramenti nel trattamento dell’infarto miocardico

Grazie allo studio dell’U.O. di Cardiologia dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni” sarà possibile aumentare il numero di pazienti trattati e ridurre i costi del trattamento della Sindrome Coronarica Acuta associando alla procedura di angioplastica non solo il costoso abciximab, ma anche gli altri due farmaci antitrombotici esistenti, l’epfitibatide e il tirofiban.
L’équipe del dottor Marcello Galvani, attraverso la tecnica statistica della meta-analisi, ha invece dimostrato, analizzando in modo aggregato tutti gli studi di confronto tra abciximab, eptifibatide e tirofiban, che, rispetto al primo, gli altri due non sono né meno efficaci, né meno sicuri.

Tale scoperta ha rilevanti conseguenze: da una parte, infatti, si potrà ora allargare la platea dei pazienti trattati, dall’altra si otterrà un significativo risparmio economico, visto che entrambe le molecole alternative costano la metà dell’abciximab.

Alla luce di tali importanti risultati, il prestigioso “American Journal of Cardiology”, rivista statunitense con “impact factor” 4.0, ha deciso di pubblicare lo studio forlivese, primo autore il dott. Filippo Ottani, sul numero di luglio, col titolo “Comparison by Meta-Analysis of Eptifibatide and Tirofiban to Abciximab in Patients With ST-Elevation Myocardial Infarction Treated With Primary Percutaneous Coronary Intervention“.
Le evidenze certificate dall’équipe forlivese non lasciano adito a dubbi.

«La mortalità in ospedale o a un mese, dopo somministrazione di tirofiban o di eptifibatide è risultata pari al 3.1% dei 4.603 pazienti trattati, del tutto simile al 3.1% registrato nei 2.646 pazienti con infarto che hanno ricevuto il farmaco più costoso, ovvero l’abciximab – illustra il dottor Marcello Galvani, direttore dell’U.O. di Cardiologia dell’Ausl di Forlì – In termini di sicurezza, le emorragie maggiori, documentate durante il ricovero in ospedale, sono risultate del sostanzialmente simili: 8.8% contro il 6.1% nei pazienti trattati con abciximab».
Compito dei farmaci antitrombotici, somministrati per via endovenosa durante l’angioplastica, è rendere, infatti, il sangue più fluido, così da garantire un miglior successo dell’intervento.

«L’azione di questi farmaci consiste nell’impedire alle piastrine di unirsi insieme, – spiega il dottor Galvani – così da eliminare la trombosi esistente e impedirne una nuova formazione a livello del punto dove è stato inserito lo stent, cioè una retina di lega metallica che sorregge la parete arteriosa malata».

L’unico effetto collaterale di tali farmaci è che, interferendo con il processo della coagulazione, possono provocare sanguinamento.

 «Il rischio è di solito modesto, e non pericoloso per la vita, tranne che in una modesta percentuale di casi – rassicura il dottor Galvani – inoltre, non richiede il ricorso a trasfusioni»

Wanda Cherubini