Crac Cirio: Interrogato Cragnotti. “L’azienda era sana”

Sergio Cragnotti è stato interrogato ieri dai pm di Roma Rodolfo Sabelli e Gustavo De Marinis sul caso Cirio, azienda della quale era responsabile ai tempi del cosiddetto crac. La sua sembrerebbe esser stata una deposizione fiume, nella quale i magistrati hanno reso conto all’imprenditore sulla sua condotta finanziaria che ha messo sul lastrico migliaia di famiglie con bond spazzatura: su di lui pende infatti l’accusa di bancarotta assieme al banchiere Cesare Geronzi, da poco eletto presidente di Generali.

Questo l’esordio. “Non sono un topo da ufficio che ha fatto le 4 carte. Negli anni ’90 lavoravo con Sergio Marchionne, allora controller e poi director dello sviluppo aziendale della Lawson Mardon Group di Toronto. Io dalla Cirio non ho preso una lira. Non mi sono certo arricchito con le operazioni che ho condotto. Ho perso il mio patrimonio – ha aggiunto -Io facevo affari con le prime linee, con manager e aziende di grande livello. Voglio una giustificazione da questo processo. So che tanti investitori hanno perso i propri risparmi con i bond, ma io ho perso il mio patrimonio”.

Spiega ancora l’ex presidente della squadra della Lazio: “Stiamo parlando del terzo gruppo in Europa a livello dell’agroalimentare. Non avevamo debiti con nessuno. C’era una situazione in cui tutte le controllate avevano una contabilità sana”. A questo punto, secondo quanto riportato dalle agenzie, il pm Sabelli avrebbe obiettato che “non è mai stato possibile acquisire i documenti” di società estere che, ha sottolineato, “certo lei nemmeno ce le ha portate”. “Alla Consob abbiamo a suo tempo consegnato tutti i bilanci di cui si parla in questo processo – si è difeso Cragnotti – E poi capiamoci bene qui non ci sono società con sede in paradisi fiscali. Il settore di Cirio che si occupa di operazioni all’estero aveva sede nella piazza centrale di Amsterdam. Non c’era certo una situazione clandestina”.

“Dopo la morte di Raoul Gardini – afferma a proposito dell’acquisizione dell’azienda, partendo dal signor Enimont – e l’uscita della Swiss International Bank dalla compagine azionaria della Cragnotti & partner abbiamo orientato la nostra attività verso l’industria. Decidemmo di investire in Cirio, l’operazione in se costò 500 miliardi di lire. Ma 300 li avevamo ricavati dalla vendita della partecipazione della Lawson Mardon Group. Poi subito abbiamo dato via il comparto olio da cucina e così in realtà l’esborso totale fu molto meno di quello preventivato. Cirio, con noi, attraverso il sistema delle centralité. Sono andato troppo di corsa. Siamo andati troppo avanti. E così il sistema, che ha sempre paura dell’innovazione e del cambiamento, ha punito”.

Sull’accusa imputatagli e sulla provenienza dei capitali utilizzati per accrescere la sua partecipazione aziendale, l’ex uomo forte di Cirio non ha dubbi: “La tendenza dei consulenti dell’accusa è di dire: tu hai preso i soldi dalla Cirio, la parte bassa del gruppo, per finanziare la parte alta, cioè la controllante Cragnotti&Partners. Ma non portano un solo dato a supporto di tale affermazione. Nel 1995 creai la merchant bank Cragnotti & partner, iniziativa in cui investii 20 miliardi di lire. Da allora in poi non c’è mai stato nessuno spostamento di capitali o finanziamenti della parte bassa del gruppo alla parte alta”. “L’acquisizione – ha concluso – delle partecipazioni degli altri soci è sempre avvenuta con le liquidità della Cragnotti&Partners Capital Investment e della Finco, ottenute mediante la cessione di parte degli asset”.

Vincenzo Marino

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