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Cina: il terremoto del 14 aprile si sta trasformando in un sisma politico

Il terremoto devastante di magnitudo 6,9 della scala Richter che lo scorso 14 aprile ha messo in ginocchio  la contea di Yushu, nella regione tibetana del Qinghai, rischia adesso di trasformarsi in un sisma politico per l’intera Cina. Come riporta il giornalista Giampaolo Visetti in un reportage su Repubblica, la situazione è più che preoccupante.

La strada di 820 chilometri che collega Yushu al capoluogo si è trasformata in un cordone invalicabile, dal momento che la polizia locale vi ha collocato cinque posti di blocco per impedire ai giornalisti e religiosi di raggiungere l’epicentro delle scosse del tutto isolato. I funzionari del partito comunista hanno cacciato migliaia di monaci buddisti che erano accorsi da tutte le zone del Tibet per aiutare la popolazione. Decine di quartieri e villaggi non sono stati ancora raggiunti dai soccorritori.

La stima delle vittime dichiarata dal governo di Pechino è di gran lunga inferiore a quella espressa dai monaci. Si parla, infatti, di 2223 morti secondo le autorità contro le oltre seimila vittime secondo i religiosi, previsione confermata anche dalle Ong presenti sul posto. Centinaia di monaci stanno protestando contro la falsificazione dei dati ufficiali e, persino lo scrittore Tra Gyal, è stato arrestato a Xining dopo aver denunciato in una lettera aperta le falsificazioni delle autorità.

I dati relativi agli edifici scolastici crollati sono spaventosi. Tra capoluogo e provincia il 70% delle 192 scuole è raso al suolo, le restanti sono impraticabili. Secondo le stime del governo cinese, gli studenti morti sono 207. Monaci e attivisti per i diritti umani sono in possesso di elenchi che certificano 769 studenti morti solo nei 67 istituti e collegi di Gyegu. I dati sarebbero stati modificati dai vertici del partito comunista della contea per paura di far emergere un altro scandalo. Sono del tutto andati in frantumi, poi, i nuovi quartieri costruiti dal governo a Gyegu e nelle altre cinque città della contea per concentrare i pastori nomadi presenti sull’altopiano.

Migliaia di superstiti continuano a scavare con le mani in condizioni disperate per la fame e per il terribile gelo. La contea di Yushu si trova, infatti, ad una quota di 4400 metri. Numeri impressionanti di cadaveri sono stati cremati, offerti agli avvoltoi, o affidati alla corrente rossa del fiume Yangtze, secondo la tradizione. Sono state scavate dalla gente, sulla collina di Zhaxi Datong, persino due trincee parallele lunghe cento metri per bruciare i cadaveri. Secondo il governo, in questo rogo comune sono stati bruciati 1400 corpi.

Nei villaggi, però, i sopravvissuti continuano a bruciare le salme in modo autonomo, senza aspettare i funzionari. Per i tibetani, la cremazione di massa è uno shock, il ‘funerale di fuoco’, al posto di quelli ‘di aria’ o ‘di acqua’ è considerato un evento estremo. La popolazione si è rassegnata solo perché nel cielo e nei fiumi dello Yushu non c’erano abbastanza avvoltoi, né pesci, per portare tutti i cadaveri nella prossima vita.

Un’onda di odio sale tra i tibetani espulsi da Gyegu e dai villaggi vicini e tra i cinesi di etnia han. La propaganda nazionalista, infatti, è massiccia. I giornali e le televisioni non fanno altro che mandare in onda militari e medici cinesi ritratti come eroi.  Il presidente della conferenza consultiva del popolo, Jia Qinglin, ha dichiarato, riferendosi ai monaci, che “forze ostili d’oltremare tentano di sabotare gli sforzi di soccorso”.

Il problema più imbarazzante resta, però, il crollo sistematico di scuole e quartieri appena costruiti dallo Stato, mentre palazzi governativi e caserme risultano intatti.

Rosa Ricchiuti