Paolo Poli: l’attore teatrale per eccellenza in Italia

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Paolo Poli é uno dei più grandi attori, registi, autori teatrali che abbiamo in Italia. nato nel 1929 a Firenze si distingue da subito per le sue grandi doti interpretative. Nel 1959 entra a far parte de “La Borsa di Arlecchino”, il piccolo teatro d’avanguardia che nasce a Genova. Il suo primo vero spettacolo è del 1961, Il Novellino, a cui fanno seguito una serie di spettacoli divertentissimi, costituiti in gran parte da montaggi di testi letterari commisti ad altre fonti di varia cultura o di cronaca popolare costituenti una dirompente carriera: Il diavolo (1964), Rita da Cascia (1967) con cui scandalizza: la rappresentazione viene sospesa a Milano per oltraggio alla religione e verrà riproposta molti anni dopo, La rappresentazione di Giovanni e Paolo (1969), Carolina Invernicio (1969), La vispa Teresa (1970), L’uomo nero (1971), Giallo (1972).

A testi più suoi, come i suddetti, alterna classici (Il mondo d’acqua di A. Nicolajs, Il suggeritore nudo di F.T.Marinetti) e parodie di commedie celebri, come l’esilarante sua interpretazione, nel ruolo della protagonista, de La nemica di D. Niccodemi (1969). Negli anni ’90 il bricolage parodistico-letterario dei suoi spettacoli si accentua e inizia la grande saga dei miti. Il coturno e la ciabatta (1990), tratto da Alberto Savinio e scritto da Ida Omboni, con le scene di Luzzati. Poi la divertente rilettura de L’asino d’oro di Apuleio (1996). Nel 1997/98 dà vita ai mitici Viaggi di Gulliver, da Swift, ancora con le scene diLuzzati, tenendo sempre alta la propria abilità di artigiano teatrale.

Fu attivo anche in TV, soprattutto nelle trasmissioni dedicate ai telespettatori più giovani, in veste di interprete e di sceneggiatore, vi si distinse soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, ottenendo notevoli consensi.

Ecco cosa pensa del teatro odierno: “Non vedo niente io, perché lavoro. Faccio duecento giornate l’anno. E che vedo degli altri? Niente. Però ho i vigili del fuoco che ogni tanto mi raccontano. Allora chiedo: «com’era quell’Amleto?», «mmm… moderno», «come moderno?», «sì – dice – non c’erano mobili», «e la regina non aveva il letto?», «no. Si rotolava per terra…». Sono carini… allora, in corpore vili, con parole semplici, mi descrivono quello che davvero si vedeva sulla scena. «Ma il fantasma, c’era il fantasma del padre di Amleto?», «no, Amleto parlava con se stesso, aveva come una cattiva digestione, un borborigmo, una scoreggia, che era quello lì il babbo» Si capisce no?”

Alessandro Frau

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