Al limite del disastro ambientale, Deepwater non si ferma

Incendio controllato come male minore per ridurre la quantità di petrolio disperso. Questa è la decisione della Guardia costiera statunitense sulla Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera affondata il 22 aprile scorso al largo delle coste messicane.

Barriere galleggianti hanno permesso di ridurre l’estensione della fuoriuscita di greggio dal pozzo sottomarino, ma non risolvono un problema esteso per 75 mila km quadrati e visibile dai satelliti. I Rov, robot telecomandati, continuano a operare sul fondo per chiudere le grandi valvole di sicurezza alla base del pozzo e arrestare la fuoriuscita di greggio. E’ previsto anche un sistema di raccolta in profondità composto da una campana d’acciaio di alcuni metri di diametro che dovrebbe permettere di catturare gran parte del greggio già in prossimità del punto di fuoriuscita e pomparlo in superficie.

Soprattutto perchè la dispersione è stata abbondantemente sottostimata e oggi raggiunge i 5 mila barili di petrolio al giorno rovesciati in mare.

Per questo il Governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha chiesto l’intervento d’urgenza. Si stima, infatti, che la portata del disastro, spinga entro venerdì fino alle coste prima del previsto, con un impatto su flora e fauna, 400 specie sono minacciate, e persone. Per evitare, dopo il contenimento, la bruciatura del greggio permetterà di ridurre la quantità a un 50% 90% del greggio fuoriuscito. La parte rimanente, si condenserà in barre solide di bitume da raccogliere o aspirare in operazioni di bonifica.

Queste operazioni stanno costando alla British Petroleum, 6 milioni di dollari al giorno e pianificazioni di operazioni di trivellazione alternative per il pompaggio del greggio che richiedono almeno 3 mesi. Il gruppo britannico ha assicurato la massima collaborazione, avviando anche una propria inchiesta sull’incidente che ha causato la morte degli 11 operatori sulla piattaforma.

di Fabiana Galassi