Terrorismo: serve la “scientifica” nucleare

Durante il summit sulla sicurezza del nucleare del 12-13 aprile a Washington DC, il presidente americano Barack Obama ha espresso la sua preoccupazione in merito ai possibili – e probabili – tentativi di approvigionamento di materiale nucleare da parte delle organizzazioni terroristiche, in particolare al-Qaeda.

“Sappiamo che organizzazioni come al-Qaeda stanno tentando di mettere le mani su armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, e non avrebbero nessuno scrupolo ad usarle”, ha detto il presidente Obama durante il summit al quale erano presenti i rappresentanti di quasi cinquanta stati del mondo.

“Sfortunatamente, la situazione attuale è che c’è molto materiale nucleare sparso in giro e lo scopo di questo summit è far sì che la comunità internazionale si adoperi affinché venga messo in sicurezza questo materiale nucleare, in un tempo definito e con uno piano specifico”.

Anche considerando che i siti che contengono materiale nucleare vengano controllati maggiormente, come fa notare Sharon Begley, giornalista del  Newsweek, “anche le persone che chiudono a chiave la porta possono essere derubate”.

Secondo la giornalista americana, è importante avere un’alternativa al MAD della guerra fredda, ovvero il principio di “Mutual Assured Destruction”, in italiano “distruzione mutua assicurata“.

Durante la guerra fredda un eventuale attacco nucleare sarebbe giunto tramite missil e quindi il mittente sarebbe stato facilmente identificabile; un ipotetico attentato terroristico portato a termine con un ordigno nucleare o comunque tramite un’arma radiologica, invece, non avrebbe alcuna firma utilizzabile per determinarne la provenienza.

Ecco perché è necessario formare al più presto team preparati di scienziati in grado di riconoscere le tracce che un’eventuale detonazione atomica lascerebbe, una sorta di team di polizia scientifica nucleare, in grado di indagare per scoprire le origini dell’ordigno.

Sono moltissime le informazioni ricavabili dai resti radioattivi post-detonazione, secondo quanto spiegato da Michael Kristo, del Lawrence Livermore national Lab. L’uranio lascia una specifica traccia, che permette di capire dove è stato lavorato, che tipo di reattore è stato usato, quale conversione è stata usata.

Ad esempio, il rapporto tra diversi isotopi di ossigeno, l’ossigeno-18 e l’ossigeno-16, varia da regione a regione e si potrebbe arrivare a determinare con discreta precisione addirittura il luogo di produzione del propellente nucleare.

Allo stesso modo delle analisi sul DNA, usate per identificare i colpevoli di omicio, l’analisi delle tracce delle esplosioni nucleari è un procedimento inutile se non sono presenti database dove poter confrontare i dati raccolti.

Questo è, quindi, il vero problema da risolvere. Per creare banche dati complete e il più possibile accurate serve la collaborazione di diverse nazioni e di numerosissimi enti e, oltretutto, molti dati sono considerati segreti industriali e sono protetti da copyright.

Per ora gli solo USA, Regno Unito e Francia hanno accettato di collaborare per la creazione di questa “banca dati nucleare“, mentre la Cina starebbe iniziando alcune conversazioni in merito ad una sua futura collaborazione.

Senza questo database, l’esplosione di una “bomba sporca“, ovvero un’arma radiologica mista, composta da un ordigno convenzionale e da materiale radioattivo, lascerebbe indizi che nessuno sarebbe in grado di interpretare.


Sebastiano Destri